FAQ
Domande reali sul Metodo Fiorenzano, sul lancio tecnico nel surfcasting e sui percorsi formativi. Risposte dirette, nate dall'esperienza sul campo — non teoria generica.
Metodo Fiorenzano e corsi
In cosa consiste il Metodo Fiorenzano?
Il Metodo Fiorenzano è un sistema di insegnamento del lancio per il surfcasting basato sull'analisi del gesto e sull'adattamento alla persona.
Non è una tecnica unica, ma un approccio che permette di correggere gli errori e migliorare distanza, controllo e precisione senza aumentare la forza.
Non cercare di immaginarlo: ci sono voluti vent'anni per costruirlo.
Quanto posso aumentare in distanza?
Nel surfcasting non esiste un numero uguale per tutti, e non mi piace prometterne uno.
Ogni lanciatore ha una storia, un gesto, un'attrezzatura e un potenziale diverso.
Se vuoi solo aumentare venti metri, potrei anche cercare l'escamotage più veloce.
Ma sarebbe un obiettivo piccolo.
Il lavoro vero è un altro: tirare fuori il massimo del tuo potenziale nel tempo che abbiamo.
Né io né te possiamo sapere prima quale sia il tuo limite reale, finché non inizi a comprendere la tecnica in profondità.
La domanda non è "quanti metri mi fai guadagnare?" ma "quanto potenziale sto lasciando inutilizzato?"
Come capisco se una spiegazione tecnica ha senso?
Nel surfcasting, come in qualsiasi tecnica, c'è un filtro semplice per capire se una spiegazione ha senso: chiedi perché.
Se una tecnica è vera, deve poter essere spiegata in modo chiaro.
Se davanti a un perché arrivano solo giri di parole e frasi che non tornano, probabilmente sotto non c'è un vero meccanismo.
La mente certe falle logiche le sente, anche quando per educazione dice "sì, ho capito".
Se uno una cosa la sa davvero, riesce a spiegarla facile.
Nel Metodo Fiorenzano non ti chiedo di credere: ti chiedo di capire.
Quello che dici è diverso da quello che mi hanno sempre detto. Perché?
Nel surfcasting è normale che quello che dico ti sembri diverso da quello che hai sempre sentito.
Molti arrivano con consigli ricevuti da amici o compagni di pesca.
Lungi da me screditare quell'aiuto: spesso nasce da esperienza reale e buona fede.
Ma quel consiglio ti ha portato fino al punto in cui sei oggi, e se mi contatti probabilmente qualcosa è rimasto bloccato.
Saper lanciare e saper insegnare non sono la stessa cosa.
Il tuo amico può averti trasmesso quello che ha funzionato per lui, ma non è detto sia la chiave giusta per te.
Il Metodo nasce proprio da questo: trasformare una tecnica complessa in qualcosa che tu possa capire, sentire e applicare.
Dopo il corso rischio di dimenticarmi tutto?
No.
I corsi di lancio per il surfcasting non sono costruiti sul "mettiti così, fai questo".
Ogni movimento viene spiegato con un perché semplice e coerente.
Quando capisci il motivo di un gesto, non memorizzi una posizione: cambi il modo in cui osservi il lancio.
Ed è questo che ti fa migliorare anche dopo.
È come a scuola: le cose che ricordi sono quelle che qualcuno è riuscito a spiegarti bene.
Quando una cosa la capisci davvero, diventa difficile tornare indietro.
Paolo è solo un maestro o anche un campione?
Entrambe le cose.
Paolo Fiorenzano è pluricampione italiano di lancio per il surfcasting — assoluto 2007 e 2009, vice 2005/2008/2011 — con podio ai Mondiali FIPS-M (4° nel 2007, top a Roma nel 2008) e record europeo in Ground Casting.
Molti lo conoscono come fondatore del Metodo e maestro di lancio; meno sanno che quella didattica nasce da sei anni in Nazionale Italiana e da una carriera agonistica documentata su fips-m.org.
Il palmarès completo è nel libro Non è la Canna.
Come funziona un corso?
Un corso di lancio per il surfcasting parte dall'osservazione del tuo lancio reale.
Paolo analizza il gesto, individua dove perdi energia, controllo o distanza e ti spiega cosa succede.
La correzione avviene sul campo, personalizzata: non copiare un movimento, ma capire cosa modificare e perché.
È adatto al mio livello?
Sì.
I corsi di lancio per il surfcasting si adattano a livelli diversi, purché ci sia voglia di mettersi in discussione.
Non serve partire da una tecnica perfetta: spesso il lavoro più importante nasce dall'individuare abitudini sbagliate ripetute da tempo.
Non è per chi cerca scorciatoie, ma per chi vuole comprendere il proprio gesto.
Quanto dura un percorso?
Nel surfcasting dipende da obiettivi, livello di partenza e lavoro necessario.
C'è chi sceglie un corso individuale mirato, chi un percorso più ampio.
Non ragionare solo in ore ma in qualità: troppe informazioni insieme confondono, meglio un intervento chiaro e assimilabile.
Club, gruppi e negozi
La Paolo Fiorenzano Academy può collaborare con club, gruppi e realtà del surfcasting per giornate formative sul lancio.
Il lavoro si adatta al contesto (numero partecipanti, livello, obiettivi).
L'obiettivo resta lo stesso: contenuto tecnico reale, non una dimostrazione generica.
Come contattarci?
Per un corso di lancio per il surfcasting il primo passo è una telefonata.
WhatsApp al +39 349 071 0042.
Serve a capire livello attuale, tipo di lancio, obiettivi e percorso più adatto.
Basta spiegare da dove parti e cosa vuoi migliorare.
Quando posso fare un corso con Paolo Fiorenzano?
I corsi di lancio per il surfcasting si svolgono su appuntamento, sempre preceduti da una telefonata.
Non è un formalismo: è il primo passo del Metodo.
In quella chiamata, con poche domande semplici, capisco prima di tutto l'obiettivo che vuoi raggiungere, e poi lo stato da cui parti — la tua tecnica di lancio, l'attrezzatura che usi, le spiagge che frequenti.
Non per darti un voto, ma per costruire un percorso ad hoc, pensato su di te.
Perché un corso che funziona non parte da un programma uguale per tutti: parte da dove sei tu e da dove vuoi arrivare.
Perché i corsi sono su appuntamento?
Perché tengo corsi individuali, e da professionista il mio compito è anche venire incontro alle reali esigenze di chi lavora.
Un tempo questi corsi si facevano la domenica, poi col crescere delle richieste anche il sabato — ma sempre in gruppo.
Lavorando uno a uno mi sono accorto di una cosa: molte persone, soprattutto liberi professionisti, trovano molto più facile ritagliarsi una giornata concordata in anticipo, infrasettimanale, piuttosto che incastrarsi nel solito sabato o domenica.
Per questo la Paolo Fiorenzano Academy riceve su appuntamento, dal martedì alla domenica: così sei tu a scegliere il giorno che ti è davvero comodo, e io posso dedicarti tempo pieno, solo a te.
Da quanto insegna Paolo Fiorenzano?
I primi corsi seri e strutturati risalgono a circa vent'anni fa.
Ma se devo essere onesto, insegno da molto prima — solo che allora non lo chiamavo così.
Ho iniziato a lanciare nel 1995, e già nei primi anni Duemila, essendo molto portato, ero diventato un punto di riferimento: arrivavano le prime richieste di spiegazioni, da amici e amici degli amici.
Erano i rudimenti, lontani dalla consapevolezza tecnica di oggi, ma funzionavano già — e l'insegnamento è cominciato lì, quasi senza che me ne accorgessi.
Le conferme vere, però, dovevano ancora arrivare.
Nel 2004 la prima competizione ufficiale, un interregionale a Fiumicino con i migliori nomi d'Italia del tempo: lanciando in ground — una tecnica considerata meno performante del pendulum — salgo sul podio in più categorie, con record italiano in ground nei 125 grammi, ben oltre i 240 metri.
Poi arriva uno dei miei periodi migliori.
Nel 2007 divento Campione Italiano Assoluto, e nella stessa competizione conquisto altre tre medaglie di categoria più una a squadre — vestendo la divisa dell'Hippocampus Club di Cagliari, un nome conosciuto in tutto il mondo del lancio.
Un titolo che riconquisto nel 2009.
Ed è proprio in quel periodo, da campione nel pieno del mio dominio, che tengo il mio primo corso a Udine.
E lì capisco la cosa che cambia tutto: una cosa è saper lanciare, un'altra è saper insegnare.
Da quel momento nasce davvero il progetto Paolo Fiorenzano Academy.
Chi è il miglior maestro di lancio nel surfcasting?
Ti rispondo onesto: non esiste il miglior maestro in assoluto, esiste quello giusto per te.
E non devi per forza scegliere me.
Però, prima di decidere, farei almeno due ragionamenti.
Il primo è capire che cosa vuoi davvero imparare.
Vuoi lavorare sulla distanza pura, quindi su una logica più vicina al long casting? È un mondo affascinante, tecnico, estremo, ma diverso dalla pesca reale in spiaggia: lì il gesto è concentrato in pochi secondi, con attrezzature molto specifiche e un dispendio energetico importante.
Oppure vuoi migliorare nel surfcasting, dove stai ore in spiaggia, fai tanti lanci, recuperi, cambi esca, leggi il mare e devi essere efficace anche quando le condizioni non sono comode? In questo caso la distanza serve, certo, ma solo se ti permette di portare l'esca intatta, controllare la direzione e pescare davvero.
Non ti serve per forza comprare altra attrezzatura: spesso ti serve imparare a usare meglio quella che hai già.
Sono due strade diverse, e richiedono sensibilità diverse anche da parte di chi insegna.
Il secondo punto, per me, è il più importante: cerca una persona capace di spiegarti in parole semplici una cosa tecnicamente difficile.
Perché saper lanciare e saper insegnare non sono la stessa cosa.
Un buon maestro non guarda solo il gesto.
Guarda chi ha davanti.
Tiene conto dell'età, dell'esperienza, della forza, delle paure, delle abitudini sbagliate e del modo in cui quella persona capisce le correzioni.
Chi è più navigato spesso ha bisogno di togliere tensioni, convinzioni e movimenti inutili.
I più giovani, invece, se capiscono davvero cosa si nasconde nella tecnica, con la forza che hanno possono arrivare molto oltre quello che immaginano.
Alla fine il miglior maestro non è quello che ti fa vedere quanto lancia lui.
È quello che riesce a farti capire perché tu non stai ancora lanciando come potresti.
E quando questo succede, il controllo della direzione, il lancio di notte, l'esca che arriva integra e la sensazione di non dover forzare tutto diventano un altro mondo.
Voglio imparare a lanciare lontano: long casting o surfcasting?
È una delle confusioni più diffuse, e va chiarita subito: "lanciare lontano" può voler dire due cose molto diverse.
Quando qualcuno mi scrive "voglio imparare a lanciare più lontano", a volte dentro quella frase c'è già un long caster.
Il long caster è affascinato dalla distanza pura.
La cattura passa in secondo piano, perché ciò che lo rapisce è vedere il piombo partire a velocità altissime e raggiungere misure che appartengono a pochi.
Non sei più davanti al mare nel senso classico della pesca.
Sei su un campo di lancio, su una pedana.
Niente onde, niente esche, niente pesci.
L'obiettivo è uno solo: mandare quel piombo sempre più lontano.
Canne potenti, mulinelli velocissimi, tecnica estrema, allenamento, controllo, rischio.
Poi vai a raccogliere il piombo, ti giri, guardi la distanza e capisci perché per chi ama il lancio quella cosa è pura poesia.
È una soddisfazione particolare, diversa dalla pesca, e per certi versi la pesca non può dartela nello stesso modo.
Se invece "lanciare lontano" lo riferisci al surfcasting, il discorso cambia completamente.
Nel surfcasting la distanza non è il fine: è uno strumento.
Serve solo se ti permette di pescare meglio.
Devi portare l'esca dove serve, mantenerla integra, controllare la direzione, gestire il mare, ripetere tanti lanci durante la sessione e rimanere efficace anche quando le condizioni non sono comode.
Qui non conta solo quanto lontano arriva il piombo.
Conta se quel lancio ti permette davvero di pescare.
Quindi la domanda giusta non è solo: "voglio lanciare più lontano?" La domanda vera è: voglio lanciare lontano per pescare meglio, oppure voglio lanciare lontano e basta? La risposta cambia tutto: il maestro, l'attrezzatura, l'allenamento, il tipo di percorso e perfino il posto dove andrai a imparare.
Il long casting è la ricerca della distanza pura.
Il surfcasting è la ricerca di un lancio utile alla pesca.
Sono due mondi vicini, ma non sono la stessa cosa.
Miti e obiezioni
Per fare più metri devo imparare il ground cast?
No.
Nel surfcasting il ground cast è un tipo di lancio, non una garanzia di distanza.
La distanza dipende da come trasferisci l'energia, cioè dalla tecnica.
Senza tecnica, anche il ground diventa solo forza dispersa.
In breve: vuoi fare metri o vuoi fare il ground?
Perché copio i professionisti ma non ottengo gli stessi risultati?
Nel surfcasting copiare non basta, perché stai replicando la forma del gesto senza capire il motivo per cui viene eseguito così.
Dietro ogni movimento c'è uno studio e un trasferimento di energia preciso: se non capisci quello, il gesto resta vuoto — una fotografia di qualcosa che non riesci ancora a sentire.
È come guardare un pilota di Formula e pensare di guidare meglio dopo: quello è intrattenimento, non apprendimento.
E attenzione: c'è differenza tra un'attrezzatura pensata per la distanza pura e una pensata per pescare ore in modo efficace.
Usare la canna sbagliata per lo scopo sbagliato è come prendere una Formula per fare la spesa — o viceversa.
Il piombo più pesante fa lanciare più lontano?
Non necessariamente.
Nel surfcasting, se fosse vero in assoluto, con 100 g faresti 100 m, con 150 g 150 m, con 500 g mezzo chilometro.
Non funziona così.
Il peso non crea distanza da solo: deve essere compatibile con canna, lanciatore e tecnica.
Oltre un certo punto, più peso significa solo più difficoltà nel caricare e gestire il lancio.
Saper lanciare serve solo a fare più metri?
No.
Nel surfcasting la distanza è l'ultimo dei benefici.
Saper lanciare significa prima di tutto conservare l'esca e farla lavorare bene.
Il vero obiettivo è pescare: se l'esca arriva rovinata o mal presentata, hai già perso efficacia anche con tanti metri.
Un lancio tecnico rovina meno l'esca, richiede meno forza, consuma meno energie e gestisce meglio vento laterale e mare formato.
La distanza arriva dopo, come conseguenza di un gesto più pulito.
Prima viene il lancio che funziona davvero.
Se prendo pesci lo stesso, perché migliorare?
Nel surfcasting se la distanza non ti conta, va bene.
Ma allora: perché hai investito tanto in attrezzatura tecnica? Una canna pregiata non serve solo a lanciare lontano, ma a sentire il caricamento, leggere la flessione, controllare il gesto.
Il punto non è fare metri per ego: è imparare a usare davvero quello che hai già comprato.
Si può migliorare anche dopo i 50/60 anni?
Sì, e nel surfcasting le soddisfazioni più grandi arrivano spesso dagli adulti.
La distanza non dipende solo dalla forza, ma dalla qualità del gesto e dalla sensibilità.
Gli adulti migliorano perché non cercano il risultato "alla Matrix": ascoltano, osservano, correggono.
I più giovani a volte si fermano al "va bene abbastanza".
Vedere chi pensava di avere dei limiti scoprire di poter ancora evolvere, con tecnica e non forza, è una grande soddisfazione.
Li chiamo "vecchietti adolescenti": l'età non si cambia, l'entusiasmo sì.
È normale finire una pescata distrutto?
Nel surfcasting un certo dispendio è normale, ma c'è differenza enorme tra stancarsi per le ore di pesca e finire doloranti per aver lanciato male.
Quando mi affidavo alla forza, finivo dolorante: spalla, coscia, tensioni inutili.
Saper lanciare non elimina la fatica, ma risparmia energia sprecata in un gesto inefficiente.
Molti allievi a fine giornata sono sorpresi di non essere stanchi pur avendo lanciato molto.
La tecnica non fa lavorare meglio solo la canna: fa lavorare meglio anche il corpo.
Errori, blocchi e allenamento
Perché il mio lancio va storto?
Nel surfcasting un lancio che va storto è quasi sempre un problema di ripetibilità, non di direzione.
La prima domanda da farsi è: va sempre dalla stessa parte o è casuale? Se è casuale, non stai eseguendo lo stesso gesto, quindi non hai un riferimento su cui correggere.
Se in dieci lanci hai dieci posture diverse, non studi il lancio: cambi ogni volta il punto di partenza.
Senza ripetizione non esiste metodo, e senza metodo non esiste precisione.
Ho capito la tecnica ma il gesto non viene. Perché?
Nel surfcasting sapere e saper fare sono due cose diverse.
Se il gesto non viene, non è perché non sei capace: è perché quella cosa non l'hai capita davvero.
E se non l'hai capita, è perché chi te l'ha spiegata non è riuscito a fartela capire.
Come a scuola: "è intelligente ma non si applica" è una cavolata — in alcune materie andavi forte e in altre no, cambiava il professore.
Se un mio allievo non capisce, la responsabilità è mia.
Quando una tecnica è giusta, anche applicandone il 20-30% vedi già un miglioramento reale.
Perché sono bloccato col ground cast?
Nel surfcasting il primo passo per sbloccarsi col ground cast è capire se quello che fai è davvero ground cast.
La prima domanda: che canna usi? Non perché la canna faccia i metri al posto tuo, ma perché l'attrezzatura è un primo check.
Molti si credono bloccati nel ground, ma usano una canna/assetto che li porta a trattenere o compensare.
È come il martello: per demolire una parete ne usi uno pesante, per un quadro uno piccolo.
Le canne più adatte al ground restano le due pezzi (a ripartizione).
Il punto è capire se gesto, attrezzatura e obiettivo lavorano nella stessa direzione.
Perché lancio più forte / più peso ma faccio sempre gli stessi metri?
Nel surfcasting il fatto che tu te lo chieda è già un buon segno: hai percezione reale.
Il problema ha un nome preciso: la "botta" in chiusura.
Più peso o più forza danno più impatto e sensazione di potenza, e quasi tutti la associano a più distanza.
Ma spesso è l'opposto: quella botta è energia arrivata tardi o dispersa nel gesto sbagliato.
Puoi lanciare con 150 g e fare gli stessi metri del 125, a volte meno.
La botta non è distanza: è il segnale che qualcosa nel gesto non sta lavorando nel momento giusto.
Perché mi si rompe il ditale?
Nel surfcasting il ditale che si rompe è un segnale: c'è qualcosa nel lancio che non funziona.
Molti lo indossano come un rituale; dopo mezz'ora ai corsi spesso sparisce.
Il ditale protegge ma ti isola da uno dei feedback più importanti: il contatto del polpastrello con lo shock leader.
Il dito è sensibilissimo e dà info su tensione, caricamento e rilascio.
Può avere senso in condizioni spinte (piombi importanti, side angolato, canne potenti, massima distanza), ma sotto quel livello è spesso un'abitudine che nasconde un problema tecnico.
Se si rompe, non guardare il dito: guarda il lancio.
Meglio allenarsi misurando ogni lancio o in spiaggia?
Per migliorare nel surfcasting, misurare serve ogni tanto: una volta per capire dove sei, poi per verificare i miglioramenti.
Ma se ogni lancio diventa solo una misura, perdi il senso dell'allenamento.
Meglio allenarsi in spiaggia, lanciando in mare: lanci, recuperi e rilanci senza camminare fino al piombo.
Consiglio pratico: usa in bobina una lenza di diametro più grande, così fai meno distanza e recuperi prima.
Meno recupero = più concentrazione e continuità.
Lancio, sento, capisco, recupero, rilancio: lì nasce il miglioramento.
Perché faccio un lancio buono ma non lo ripeto?
Nel surfcasting il lancio buono, se non lo capisci, è il peggior nemico dell'apprendimento.
Quando esce un lancio migliore, il pensiero più pericoloso è "oggi mi viene, spingo di più": lì rovini tutto, perché aggiungi forza e sporchi la tecnica che ti aveva fatto lanciare bene.
Il rischio è restare agganciato a quell'episodio e inseguirlo per mesi.
Il ragionamento giusto è l'opposto: "ho lanciato bene, adesso devo lanciare meglio" — spesso con meno forza e più scioltezza.
Se ottieni la stessa distanza con meno sforzo, stai capendo qualcosa.
È la ripetibilità che conferma una performance.
Le ho provate tutte ma non miglioro. Perché?
Nel surfcasting provare tutto senza un metodo è il problema, non la soluzione.
Cambiare tante cose insieme significa cancellare ogni riferimento: se dopo ogni lancio cambi posizione, forza, angolo, piombo e chiusura, non sai più cosa ha funzionato e cosa no.
La correzione vera non è cambiare tutto: è modificare una cosa alla volta e capire cosa succede.
Vale nello sport, nel lavoro, nella vita.
Quando inizi a comprendere cosa si nasconde in ogni singolo gesto, allora si può parlare di metodo.
Tecniche di lancio
Cos'è il lancio tecnico nel surfcasting?
Il lancio tecnico nel surfcasting, per come lo intendo io, non è una tecnica complicata: è un momento.
È l'istante preciso in cui smetti di cercare la distanza solo nell'attrezzatura e inizi a cercarla nel gesto.
Molti pescatori lanciano per anni in modo istintivo, spesso con la canna sopra la testa, costruendosi da soli un movimento che in qualche modo funziona.
Io lo chiamo spesso lancio "a bove": non per prendere in giro qualcuno, ma per indicare un gesto sommario, nato più dall'abitudine che da una reale consapevolezza tecnica.
All'inizio può anche bastare.
Poi, però, arriva un muro.
La distanza non cresce più, la direzione non è stabile, l'esca soffre, il corpo si irrigidisce e ogni miglioramento sembra dipendere da qualcosa da comprare.
A quel punto molti provano a cambiare tutto tranne la cosa principale: piombi più performanti, fili più sottili, canne migliori, anelli migliori, mulinelli migliori.
Tutto può avere un senso, ma se il gesto rimane lo stesso, il problema principale resta lì.
Il lancio tecnico comincia quando ti accorgi che il vero nucleo non è l'attrezzo, ma il modo in cui lo usi.
A volte parte da un gesto semplice: stacchi i braccioli, togli gli ami, lasci solo il piombo e provi a lanciare un po' di più.
Quella è già una fase embrionale.
Poi magari passi a un lancio laterale, come il side, e inizi davvero a entrare in una logica tecnica.
Da lì ci sono due strade.
Puoi continuare da autodidatta, facendo il tuo percorso con prove, errori e tempo.
Oppure puoi scegliere un maestro e un metodo, accorciando drasticamente la strada per arrivare a un gesto più pulito, più efficace e più controllabile.
Il punto di svolta, però, resta uno solo: non è l'attrezzo che compri.
È la decisione di studiare il gesto.
Per me il lancio tecnico nasce esattamente lì: quando smetti di chiederti solo "che canna mi serve?" e inizi a chiederti "che cosa sto facendo davvero con quella canna?"
Esiste anche il lancio di precisione nel surfcasting?
Non solo distanza Sì, esiste.
E molti pescatori non lo sanno: il lancio tecnico non riguarda solo la distanza pura.
Esistono competizioni dedicate proprio alla precisione, anche campionati italiani.
Il principio è semplice e spietato: si mette un bersaglio a una certa distanza, intorno agli ottanta, cento o centoventi metri, e vince chi riesce ad avvicinarsi di più.
Non conta arrivare più lontano degli altri.
Conta arrivare esatto.
E qui succedono cose che, se non le vedi, fai fatica a crederci.
Mi è rimasto impresso un episodio a Nardò, nel 2005: vidi un lanciatore centrare in pieno il palo del bersaglio con il piombo, a oltre cento metri.
Una roba quasi irreale.
Ma il punto non è raccontare una gara.
Il punto è riportare quella logica al surfcasting.
Perché saper lanciare, per come lo intendo io, non significa solo fare metri.
Significa riuscire a mettere l'esca dove vuoi, quando vuoi, e ripetere quel gesto più volte durante una sessione.
Nel surfcasting la precisione vera non è colpire un palo.
È riuscire a rimettere il piombo nello stesso settore d'acqua, lancio dopo lancio, anche quando sei stanco, quando cambia il vento, quando fa buio o quando il mare non ti aiuta.
Quella non è forza.
È controllo.
La distanza ti dice quanto sei capace di arrivare lontano.
La precisione ti dice se sai arrivare proprio dove serve.
Quando le due cose lavorano insieme, il lancio smette di essere solo un gesto tecnico e diventa un'arma vera per pescare meglio.
Come faccio a lanciare più lontano nel surfcasting?
Per lanciare più lontano nel surfcasting, la prima cosa non è spingere di più e non è comprare subito un'altra canna.
La prima cosa è capire se stai davvero ripetendo lo stesso gesto o se, ogni volta, stai facendo un lancio diverso.
Quasi tutti arrivano a questa domanda dopo aver già provato di tutto: più forza, piombi diversi, fili più sottili, canne più performanti, consigli degli amici, video guardati online.
Il problema è che, se manca una base tecnica ripetibile, ogni tentativo aggiunge confusione invece di portare metri.
La prima domanda è semplice: hai mai fermato davvero la posizione dei piedi? Non importa partire dalla posizione perfetta.
Importa che sia sempre la stessa.
Perché se a ogni lancio i piedi cambiano, non stai ripetendo un gesto: stai facendo dieci tentativi diversi.
E su dieci tentativi diversi non puoi correggere nulla.
La seconda domanda è ancora più scomoda: hai mai provato a lanciare piano? Molti cercano distanza solo aumentando la forza.
Ma quando spingi sempre al massimo, non ascolti più il gesto.
Non capisci dove carichi, dove anticipi, dove chiudi, dove perdi direzione e dove l'attrezzo smette di lavorare.
La distanza, nel surfcasting, non nasce dal caos.
Nasce da un gesto che puoi riconoscere, ripetere e correggere.
Poi certo, le leve su cui lavorare sono tante: posizione, timing, rotazione, caricamento, direzione, rilascio, attrezzatura, piombo, filo.
Ma se non hai un gesto stabile, ogni leva diventa un altro tentativo a caso.
Per lanciare più lontano devi smettere di inseguire metri e iniziare a costruire un lancio.
I metri arrivano dopo.
E spesso arrivano proprio quando smetti di forzare tutto.
Per imparare a lanciare più lontano conviene lanciare piano?
Sembra un controsenso, ma sì: per imparare a lanciare più lontano nel surfcasting, a un certo punto devi imparare anche a lanciare piano.
Quando spingi al massimo a ogni tentativo, sei concentrato solo sullo sforzo.
Vuoi far partire il piombo più forte possibile, ma proprio per questo non senti più quello che succede nel gesto.
Lanciando piano, invece, inizi ad ascoltare.
Capisci dove si carica la canna, quando parte il piombo, dove anticipi, dove perdi energia e dove il gesto si rompe.
Sono sensazioni che a piena forza spariscono.
Il lancio potente, quello vero, non nasce semplicemente spingendo di più.
Nasce dall'aver prima capito, a bassa intensità, cosa stai facendo.
Prima senti.
Poi acceleri.
Non il contrario.
È meglio allenare tutto il lancio insieme o un movimento alla volta?
Un movimento alla volta.
Uno degli errori più comuni, quando si prova a migliorare il lancio nel surfcasting, è voler controllare tutta la catena del gesto nello stesso momento: piedi, busto, braccia, tempismo, chiusura, direzione.
Il risultato è che non controlli davvero nulla.
In fase di apprendimento il cervello non riesce a governare tutto insieme con precisione.
Se provi a correggere dieci cose nello stesso lancio, non sai più quale parte ha funzionato e quale no.
Per questo è molto più efficace compartimentare.
Ti concentri su una singola parte del gesto.
Per esempio solo il braccio sinistro, solo la posizione dei piedi, solo il timing, solo la chiusura.
Lavori su quel pezzo finché diventa più chiaro, più stabile, più riconoscibile.
Poi passi al successivo.
Pezzo dopo pezzo, i movimenti iniziano a collegarsi.
Quello che prima sembrava un gesto complicato comincia a diventare una sequenza più naturale, fino a trasformarsi in un lancio unico e fluido.
È così che si impara qualsiasi cosa complessa: non cercando di sistemare tutto insieme, ma costruendo un mattone alla volta.
Nel lancio tecnico, spesso il progresso nasce proprio da lì: smettere di voler controllare tutto e iniziare a correggere una cosa per volta.
Nel lancio devo mirare all'orizzonte o più in alto?
Dipende dalle condizioni, ma in generale molti sbagliano perché mirano troppo basso.
Uno degli errori più istintivi, nel lancio per il surfcasting, è guardare il punto in cui vuoi far cadere il piombo e provare a mandarlo lì in linea retta.
Quindi lo sguardo va basso, verso l'orizzonte, e anche il lancio tende a uscire troppo basso.
In condizioni ideali, senza vento sfavorevole, la balistica ci insegna che una traiettoria intorno ai quarantacinque gradi è quella più favorevole per ottimizzare la gittata.
Non significa che devi fissarti su un numero matematico in ogni situazione, ma che, se il lancio esce troppo piatto, il piombo non ha il tempo e lo spazio per lavorare davvero in aria.
Ma questa non è una regola assoluta.
Con vento laterale forte o condizioni sfavorevoli, una parabola alta può diventare un problema, perché espone il piombo al vento per più tempo.
In quel caso bisogna abbassare la traiettoria il più possibile e cercare un lancio più teso.
Il punto è che un lancio teso vero non nasce facilmente da un classico lancio above, cioè il lancio sopra la testa.
In quel caso la canna lavora soprattutto in verticale e il piombo esce già alto sopra di noi, prendendo più vento fin dall'inizio.
Per ottenere una traiettoria più bassa e penetrante serve invece un lancio più lateralizzato, perché la canna lavora su un piano diverso e permette al piombo di uscire più basso, più teso, più adatto a bucare certe condizioni.
Quindi non esiste una mira buona sempre.
Senza vento sfavorevole, cercare una traiettoria più alta ti aiuta a sfruttare meglio la parabola e la gittata.
Con vento laterale forte, invece, devi ragionare al contrario: traiettoria più bassa, lancio più teso, gesto più lateralizzato.
Nel surfcasting non basta chiedersi "dove voglio arrivare?" Devi chiederti anche: "che traiettoria mi serve oggi per arrivarci davvero?"
Nel lancio spinge di più il braccio destro o il sinistro?
Quasi tutti, nel lancio per il surfcasting, cercano la potenza nel braccio destro, cioè nel braccio che sentono più forte.
È istintivo: vuoi lanciare più lontano, allora spingi di più con il destro.
Il problema è che proprio questa convinzione spesso limita i metri.
Nel lancio tecnico il vero motore è il braccio sinistro.
Ma attenzione: non perché "spinge" più del destro.
Il sinistro lavora tirando.
È lui che governa una parte fondamentale dell'accelerazione, mentre il destro deve accompagnare, guidare e non bloccare il gesto.
Quando spingi troppo con il destro, spesso irrigidisci il movimento, anticipi la chiusura, perdi fluidità e fai lavorare peggio la canna.
Ci metti più forza, certo, e proprio per questo ti sembra di lanciare di più.
Ma non sempre quella forza diventa distanza.
Quando invece inizi a far lavorare davvero il sinistro, scopri una potenza diversa: più pulita, più coordinata, meno brutale.
Non nasce dal forzare di più, ma dal far collaborare meglio le due braccia.
È uno di quei cambiamenti che da soli, istintivamente, quasi nessuno fa.
Perché l'istinto dice: "spingi col braccio forte".
Nel lancio, però, l'istinto spesso ti frega.
A volte il salto di qualità arriva proprio quando smetti di spingere tutto col destro e inizi a capire quanto può fare il sinistro.
Cos'è il lancio OTG (off the ground) o ground casting?
L'OTG, dall'inglese off the ground, è un lancio che parte da terra: il piombo viene appoggiato al suolo, fermo, e da quella posizione di stasi si avvia tutta la fase di lancio.
In Italia lo chiamiamo più spesso ground casting — lancio dal suolo — ed è uno dei lanci più potenti che esistano.
Qui c'è una cosa che sorprende molti: a livello di energia espressa nella fase di chiusura, il ground è superiore persino ai lanci con il piombo in volo, come il pendolare.
Il motivo è tecnico ma intuitivo.
Nel pendulum il piombo, grazie alla pendolata, arriva alla fase di lancio già con una sua velocità: non parte da zero, ha già una dinamica.
Quando arriva in chiusura, quella velocità di partenza si traduce in meno forza necessaria per generare la stessa potenza.
Nel ground è l'opposto: il piombo parte fermo, da zero, e quindi devi moltiplicare molto di più una velocità d'arrivo più bassa.
Tradotto: serve più forza, e servono attrezzature davvero potenti.
Per il ground casting, in particolare, è quasi obbligatoria una canna a ripartizione, quella che chiamiamo anche due pezzi.
Ma il punto più importante, e che quasi nessuno spiega, è un altro: side, ground e pendolare non sono tre lanci separati.
Sono lo stesso gesto che si estende, uno dentro l'altro.
Pensaci: impari il side, il lancio laterale, e soprattutto impari l'esatta manovra di chiusura.
Poi passi al side angolato, che è solo una piccola estensione.
Quando prendi dimestichezza con quell'angolo, ne aggiungi ancora un po' di più per dare più potenza — ed eccoti quasi in zona ground.
E una volta padrone della massima rotazione del ground, i famosi 270 gradi, tre quarti di giro, l'unico passo che resta è connettere tutto a una pendolata.
Ecco perché, detto da chi il ground l'ha praticato ai massimi livelli, ti do un consiglio concreto: che senso ha imparare tre tecniche diverse, quando in realtà è una sola che cresce? Padroneggia la chiusura del side, fatta bene una volta per tutte.
Il resto matura nel tempo, da sé.
Perché alla fine non è il tipo di lancio a fare la distanza: è la chiusura.
E la chiusura è una sola.
Perché quasi nessuno fa più ground casting in gara?
C'è un dato che, a guardarlo bene, fa riflettere: sono passati più di vent'anni e in Italia non si vince più un campionato in ground casting.
E secondo me dovrebbe far domandare a tutti che fine abbia fatto questa tecnica — non per parlare di me, ma perché con lei si è perso qualcosa.
Provo a spiegarmi, partendo da una cosa che noto spesso.
Chi segue le gare di lancio guarda quasi solo i numeri.
In gara è giusto, per carità: vince chi fa più metri, è matematica.
Ma fermarsi ai numeri fa perdere la genesi e l'evoluzione di questa disciplina.
Quando gareggiavo io, tutti noi — anche i più bravi di me — non potevamo fare a meno di guardare ai long caster venuti prima, pur avendo attrezzature più performanti delle loro.
Oggi i ragazzi hanno mezzi che con i nostri non sono nemmeno paragonabili.
Eppure in ogni sport del mondo i nuovi atleti studiano chi li ha preceduti: perché nel lancio questo succede sempre meno? Lo dico col paragone più semplice: in Formula le auto di oggi girano in tempi più bassi, ma nessuno si sognerebbe di dire che i grandi piloti del passato fossero meno bravi.
E qui voglio essere chiarissimo: ai lanciatori e alla nazionale italiana di oggi vanno i miei complimenti più sinceri, sono davvero bravissimi.
Ma allora, perché il ground è quasi sparito? Penso di averlo capito, anche se non spetta a me dirlo: io non gareggio più, non frequento più i campi di lancio, sto tutti i giorni in spiaggia a insegnare il lancio per il surfcasting, che è un'altra cosa.
Un tempo, però, il percorso per imparare era uno solo: ground, ground, tanto ground.
Si tirava da terra per anni, finché non diventavi davvero padrone della chiusura — e solo allora, solo a quel punto, potevi passare al pendolare.
Altrimenti qualche lancio decente lo facevi, ma non avresti mai scoperto il tuo vero potenziale.
Per me è stato così: guardo indietro nella memoria e conto circa dieci anni passati con quella tecnica, prima di presentarmi nel 2007 ai campionati italiani con l'aeroground, adottato per la prima volta ad alto livello sul territorio italiano — e vincendoli.
Oggi vedo percorsi molto più rapidi, più diretti.
Anche tra gli emergenti, non solo i nazionali, leggo misure di tutto rispetto, e dai lanci intuisco che dietro c'è stato un cammino più breve.
Non sto dicendo che sia giusto o sbagliato: è semplicemente cambiato.
E qui c'è il paradosso che chiude il cerchio: il percorso da ground caster che ho fatto io non lo consiglio a nessuno.
Perché è stato durissimo, davvero durissimo.
Forse è anche per questo che, oggi, in pochi lo percorrono fino in fondo.
"Io faccio il ground": miti ed errori sul ground casting
"Io faccio il ground": miti ed errori sul ground casting Mi capita spesso, magari passando in un negozio di pesca per un caffè, di sentire una frase: "no, perché io faccio il ground".
L'ho sentita troppe volte, e c'è una cosa che voglio dire con sincerità: quella frase, spesso, non descrive una tecnica.
Ha un sottotesto pesante, un po' presuntuoso, che vuol dire "io faccio tanti metri".
Ed è proprio qui che casca l'asino.
Te lo dico dopo vent'anni di insegnamento e dopo aver vinto quello che c'era da vincere in ground: le persone che lanciano davvero bene in ground sono pochissime.
E sulle spiagge, a surfcasting, ancora più rare.
Perché c'è un equivoco di fondo: mettere la canna in posizione di ground, con i 270 gradi di rotazione, non vuol dire che stai facendo il ground.
Spesso lo vedo eseguire con una canna tre pezzi standard — magari anche di buona qualità, sia chiaro — che però non è lontanamente adatta a un ground casting vero.
E qui arriva la cosa che sorprende di più: non è la canna che fa il ground.
È il corpo che esegue il ground.
Mettere la punta della canna là, a 270 gradi, e ritrovarsi già con il corpo mezzo girato nella presunta fase di chiusura, non fa altro che aumentare a dismisura il coefficiente di difficoltà, di dispersione e di errore.
Quando, con un semplice side eseguito in una posizione comoda, faresti la stessa identica distanza in piena scioltezza, senza nemmeno stancarti.
E sono sicuro che in queste parole molti di voi si ritroveranno.
Ci avete provato, avete sentito quel peso, quel piombo che diventa incontrollabile in chiusura.
Magari un lancio vi è anche venuto dritto, siete andati a contare i giri di mulinello… ed eravate più o meno lì, dove arrivate sempre.
Ecco perché, alla fine, la domanda che conta è una sola, ed è la stessa che faccio sempre: volete fare più metri, o volete fare il ground?
Come si lancia col vento nel surfcasting?
Il vento è uno degli incubi peggiori di chi pratica il surfcasting — secondo solo alle alghe, quando proprio ti impediscono di pescare.
Il vento laterale forte ha mandato a casa, e continua a scoraggiare ancora oggi, tantissimi che provano a evolvere in questa disciplina.
Ma attenzione: il vero problema non è restare in spiaggia a farsi schiaffeggiare dalle raffiche o smerigliare dalla sabbia.
Il problema grosso è un altro — apparentemente, col vento, "non si riesce a lanciare lontano".
E il motivo è facile da capire.
Quando lanci alto, il vento si prende il filo che esce dalla bobina e crea una pancia enorme, che riduce vergognosamente la gittata.
Ma c'è un dato che pochi visualizzano davvero, e cambia tutto.
La lenza che esce dalla bobina è circa il doppio della distanza che raggiungi: se il piombo arriva a metri, in gioco ci sono circa 140 metri di filo, e una buona parte di quella lenza resta distesa in acqua, esposta alla corrente laterale.
Più filo c'è in acqua, più il mare lo trascina, e più il piombo deve essere sovradimensionato per restare fermo e fare il suo lavoro.
Ecco perché col vento sembra tutto contro di te.
E allora come si fa? Semplice da dire, meno da eseguire: bisogna offrire al vento meno lenza possibile.
E l'unico modo è lanciare teso.
Ma teso davvero — quasi zero parabola, il piombo che vola basso e penetrante.
Questo non lo ottieni con la forza: lo ottieni solo con una tecnica di lancio in cui hai il pieno controllo della manovra di chiusura.
È lì che si decide tutto.
Ai corsi, quando si presenta il vento laterale, faccio sempre una prova che vale più di mille spiegazioni.
Lancio teso: il piombo parte tesissimo, pochi secondi di volo, e appena tocca l'acqua chiudo subito mettendo il dito sulla bobina.
Poi do la canna fresca di lancio all'allievo e gli dico: chiudi l'archetto, metti in tiro e conta i giri di manovella per sentire il piombo.
La risposta è quasi sempre la stessa: cinque giri, più o meno.
Cinque.
Perché in acqua, di filo in bando, ce n'è pochissimo — il lancio teso non ne ha lasciato disperdere.
Quel poco filo è esattamente ciò che, col vento, ti fa restare in pesca quando tutti gli altri stanno tornando a casa.
Fili, shock leader e montature
A cosa serve il bait clip nella montatura da surfcasting?
Nel surfcasting il bait clip — o fermaesca — è un piccolo gancio che si inserisce nella montatura per tenere composti l'esca e i terminali durante il volo, evitando che svolazzino.
Ma il punto vero è perché si monta, ed è qui che in Italia si fa confusione: da noi viene usato quasi solo per guadagnare distanza, mentre nasce per un altro motivo.
Viene dal surfcasting oceanico, dove il lancio pendulum mette in gioco terminali lunghi e ami innescati che volteggiano intorno al pescatore: il fermaesca tiene gli ami composti di fianco allo shock leader — più sicurezza, montatura più ordinata.
Poi, quando il piombo tocca l'acqua, il dispositivo sgancia e rilascia il terminale come è stato progettato.
Questo è il suo scopo reale nella montatura: comporre e proteggere il sistema pescante in lancio, non "fare metri".
Il bait clip serve per lanciare più lontano?
Il bait clip è anche un freno aerodinamico: con l'esca più composta nella montatura il sistema vola un po' meglio, è vero.
Ma ti garantisco una cosa: con un po' di tecnica guadagni molta più distanza di quanta te ne dia qualsiasi accessorio calcolato al pelo dell'uovo.
Se lanci a 70, 80, metri, il bait clip non ti porta magicamente oltre i cento.
Non è il clip, è il gesto.
Detto questo, uno nell'attrezzatura non dovrebbe mancare: le sessioni di pesca prendono direzioni impreviste, e in certe condizioni serve.
Io uso il Gemini Splashdown e non lo cambio più: intrappola l'amo e lo rilascia all'impatto con l'acqua, senza bisogno di quella tensione obbligatoria che fa sganciare i clip generici.
Lo trovo ideale per i terminali lunghi — il terminale resta con un'asola abbondante e non si stacca mai, nemmeno in pendolata.
Lo dico senza alcun interesse: non ho legami con la marca, è semplicemente quello che uso e che mi convince, come ho sempre fatto anche nei miei video, parlando solo di ciò che provo davvero sul campo.
Shock leader: meglio nylon o trecciato?
Quando si parla di shock leader — quel tratto di filo più robusto che regge lo strappo del lancio — torna la stessa domanda della bobina: nylon o trecciato? E anche qui la mia risposta è il nylon, per un motivo che molti non considerano.
Il nylon si estende di circa il trenta per cento.
Quell'elasticità, nello shock leader, è un alleato prezioso: durante il lancio fa da ammortizzatore e assorbe tutte le piccole imperfezioni del gesto, perdonandoti gli sbagli invece di costringerti a un lancio perfetto ogni volta.
È come l'ammortizzatore di una macchina: meno stanchezza, niente colpo secco e improvviso tra le mani, e la possibilità di gestire grammature molto più pesanti con scioltezza.
E anche se lo shock leader ha diametri importanti — 0,50, 0,60, 0,70, a volte 0,80 — resta comunque una componente elastica.
Lo shock leader in treccia, che ha elasticità zero, questo non te lo può dare.
A livello puramente teorico, è vero, lo shock leader intrecciato può massimizzare al cento per cento la potenza del lancio.
Ma proprio qui c'è la trappola, perché troppo spesso viene usato come una sorta di doping.
Persone con un'esperienza di lancio del tutto normale adottano il leader in treccia per racimolare qualche metro in più — quando magari ne stanno lasciando per strada trenta o quaranta, di metri, che recupererebbero semplicemente dedicando un po' di tempo allo studio del gesto.
È la solita storia: si cerca nell'accessorio quello che solo la tecnica può dare.
Attenzione, non sto dicendo che il trecciato sia inutile.
Dico che molto spesso se ne valuta l'impiego quando non serve affatto.
Prima sfrutta fino in fondo quello che un buon nylon e un buon gesto ti offrono.
Il trecciato, nel leader come in bobina, tienilo per quelle condizioni davvero particolari in cui è l'unica risposta — non come scorciatoia per saltare il lavoro sul lancio.
Quali montature usare per il surfcasting?
Questa è una delle mie risposte più brevi, e parte da un controsenso che vedo di continuo: canne di un certo livello, mulinelli altrettanto, tutto pensato per la distanza — e poi una montatura addobbata come un albero di Natale.
Ganci, gancetti, gommini, palline, palline più grandi, doppie palline: tonnellate di oggetti e oggettini che non fanno altro che frenare.
Perché ogni dettaglio in più sulla lenza è un freno aerodinamico in più.
E quel freno si mangia esattamente la distanza che hai pagato comprando canna e mulinello da lancio.
È un paradosso: spendi per andare lontano, e poi monti tu stesso il freno a mano.
Il principio è il contrario: scarnificare, ridurre all'essenziale.
Meno dettagli ci sono, meno resistenza incontra il sistema in volo, più distanza ottieni.
E non è solo questione di metri.
Il bello è che la montatura più semplice è quasi sempre anche la più pescante.
Non perché "meno è meglio" come slogan, ma perché un'esca presentata alla perfezione, il più naturale possibile, nasconde l'inganno che il pesce non si aspetta.
Più la montatura è pulita ed essenziale, meno tradisce quell'inganno.
Quali montature usare per il surfcasting invernale?
Sulle montature invernali da surfcasting trovi centinaia di teorie nei forum e nei post, e non voglio nemmeno entrare in quel mare.
Ti dico la mia, spacchettando il concetto: la vera differenza non è estate contro inverno.
È il pesce che vai a insidiare.
"Invernale" ed "estivo" sono etichette comode, ma se guardi una montatura nuda e cruda — ami, filo, piombo — il trave resta sostanzialmente quello.
Quello che cambia davvero è solo la leggerezza dei terminali, in funzione della preda.
C'è però una costante assoluta, che non dipende dalla stagione: il diametro dello shock leader.
Se devi lanciare lontano — d'estate o d'inverno, quando ti serve farlo — la lenza non scende mai sotto lo 0,50, e già lì sei in zona rischio.
Per stare sicuro vai di 0,60; chi lancia davvero forte non abbandona lo 0,70; ai massimi livelli, con ripartita e rotante, lo standard è 0,80.
Questo non cambia col freddo: cambia con la distanza.
Quindi cosa cambia, in concreto, tra estate e inverno? La leggerezza del trave, calibrata sul pesce e sulla distanza: se peschi più sotto puoi alleggerire tutto, se devi spingere al largo no.
Ma il telaio del ragionamento è lo stesso tutto l'anno.
E qui ti lascio una domanda, perché è il punto vero.
Secondo te i pescatori più esperti si portano dietro venti varianti di trave, ognuna con la presunta efficienza al 100% per quel preciso momento? O ne hanno due o tre che funzionano bene tutto l'anno, al 90%, in qualsiasi condizione? La risposta la sai già.
Non è la montatura "invernale" giusta a fare la differenza: è capire che la stagione è solo un'etichetta, e che dietro c'è sempre lo stesso ragionamento — pesce, distanza, essenzialità.
Il piombo scorrevole va bene per il surfcasting?
La prima volta che ho visto qualcuno pescare con il piombo scorrevole ero io.
E probabilmente è andata così anche per molti di voi.
E non me ne vergogno affatto, anzi.
Ve lo racconto con piacere perché il mio punto di partenza era esattamente lo stesso di tanti pescatori che iniziano oggi.
Trentacinque anni fa, dopo aver fatto l'acquisto importante — canna e mulinello, quello che pesa davvero sul portafoglio — si cercava di risparmiare sul resto.
Peccato che il resto, cioè la lenza che sta in acqua davanti al pesce, sia probabilmente la parte più importante di tutta l'attrezzatura.
E il piombo scorrevole aveva un vantaggio apparentemente geniale.
Piombo, girella, filo.
Fine.
Più semplice di un classico trave a due braccioli era difficile immaginare.
Così nasceva anche il ragionamento tecnico.
Il pesce abbocca, il filo scorre libero dentro il piombo, non sente resistenza e continua tranquillo.
Furbi noi.
Peccato che stessimo cercando di ragionare come un pesce.
E come possiamo essere così sicuri di riuscirci? La risposta mi arrivò un giorno in spiaggia.
Un signore con la voce rauca e un dialetto romano che ancora ricordo perfettamente mi guardò e disse: "A mòrè… er buco se riempe de sabbia e er filo se entoppa… nun score." Folgorato.
In tre secondi crollò quella che per me era una grande invenzione.
Perché il problema era banale.
Quel forellino che nella nostra testa doveva restare libero e perfetto, sul fondo spesso si riempie di sabbia.
E quando succede, il filo non scorre più come avevamo immaginato.
Poi, con grande onestà, aggiunse: "Non è una regola assoluta… però può succedere." Ed è proprio lì che capii la cosa più importante.
Se una cosa può funzionare oppure no a seconda della fortuna, per me non va bene.
Io voglio che ogni lancio peschi nel modo più pulito possibile.
Sempre.
O almeno ci provo.
Da quel giorno il consiglio fu semplice: "Metti er piombo sotto.
Così se fa." Piombo in coda, braccioli sopra.
Fine.
Meno elegante forse, ma affidabile ogni volta.
Col tempo, però, quella riflessione mi portò anche verso un'altra scoperta.
La forma del piombo conta.
E conta parecchio.
La classica palla, la pera o il pallettone non sono nate per volare.
Un piombo a missile, profilato in coda, attraversa l'aria in un modo completamente diverso.
E vi dirò la verità.
All'epoca non cambiai per ragioni tecniche.
Cambiai perché il missile mi sembrava più bello.
Più moderno.
Più figo.
Solo dopo mi accorsi che, a parità di grammatura, arrivavo realmente più lontano.
Non in maniera miracolosa.
Non decine di metri.
Ma abbastanza da accorgersene.
E fu lì che iniziai a capire una cosa che ancora oggi considero fondamentale.
Se la sola forma di un piombo è capace di influenzare il risultato, immaginate quanto possa influenzarlo il gesto che lo mette in movimento.
Per questo, quando mi chiedono se il piombo scorrevole va bene per il surfcasting, la mia risposta è semplice.
Può funzionare.
Ma io ho sempre preferito costruire sistemi che dipendano il meno possibile dalla fortuna e il più possibile da ciò che posso controllare.
Perché alla fine il vero moltiplicatore non è il piombo.
Non è il trave.
Non è l'attrezzatura.
È sempre il lancio.
Trecciato o nylon in bobina per il surfcasting?
In bobina io consiglio sempre e comunque il monofilo di nylon, in nove casi su dieci.
Ti spiego perché, partendo da cosa conta davvero quando scegli un filo per il surfcasting: sono tre cose — la distanza, la tenuta durante il recupero, e il rapporto tra diametro e correnti laterali.
Più la lenza è sottile, meno il mare riesce a trascinarla, e più resti fermo sul punto di pesca che hai scelto.
Su questi tre fronti, con la qualità dei fili di oggi e un minimo di tecnica di lancio, il nylon ti dà risultati straordinari già con diametri normali: 0,18-0,22 per un surfcasting amatoriale, e si scende a 0,14-0,18 per la pesca tecnica da gara.
Sopra lo 0,25 si entra nel territorio dei pesci importanti e del mare mosso invernale.
Quindi, prima di guardare altrove, sappi che con un buon nylon hai già tutto quello che ti serve.
La domanda però arriva sempre: meglio nylon o trecciato? E dentro questa domanda c'è quasi sempre un sottotesto.
Siccome il trecciato, a parità di diametro, ha un carico di rottura nettamente superiore, scatta un ragionamento automatico: "il filo è più resistente, quindi scendo di diametro, e più sottile vuol dire meno resistenza, quindi lancio più lontano".
In teoria potrebbe anche filare.
Ma si nascondono due aspetti che quasi nessuno considera.
Il primo: per sfruttare diametri così sottili spesso servono mulinelli adatti, e chi gioca al "più sottile possibile" finisce per usarne di non adatti.
Risultato: il filo in aria fa meno resistenza, sì, ma fatica molto di più a uscire dalla bobina — e ti sei già mangiato buona parte del vantaggio senza accorgertene.
Il secondo: il trecciato, restando in acqua sul fondo tra un recupero e l'altro, intrappola acqua nella sua trecciatura.
I lanci successivi devono fare i conti col peso della lenza più tutta l'acqua accumulata.
Ti è mai capitato di vedere i primi lanci andare bene e poi calare? Forse hai appena scoperto il perché.
Ma la ragione vera per cui scelgo il nylon è un'altra, ed è la più importante: il nylon è elastico, e durante il combattimento con un pesce agganciato fa da ammortizzatore.
Assorbe gli strappi, le sollecitazioni violente del pesce che non vuole cedere.
Il trecciato no: ha elasticità zero, e recuperare un pesce in treccia è come prendere a martellate l'amo che ha in bocca — le probabilità che si stacchi sono molto più alte.
Col nylon il recupero diventa più morbido, più sicuro.
Il mio consiglio, quindi: sfrutta fino in fondo il potenziale del nylon prima di mettere mano al trecciato.
Con un po' di tecnica di lancio in più, scoprirai che il trecciato in bobina ti serve solo in condizioni davvero particolari.
Attrezzatura
Ho paura di rompere la canna. È normale?
Nel surfcasting la paura di rompere la canna è normale, e spesso nasce da una rottura precedente o dal timore di non sapere fino a dove spingersi.
Eppure in tutta la mia carriera, con decine di migliaia di lanci, non ricordo di aver rotto più di cinque canne.
Un lancio eseguito bene, con grammatura adeguata e dentro i limiti dell'attrezzo, non dovrebbe romperla.
Chi sa lanciare percepisce la flessione del carbonio e sente quando la canna arriva al limite: è come un limitatore naturale.
Ogni canna può rompersi (se ha un difetto, spesso nei primi lanci), ma di solito quando si rompe nel lancio qualcosa non ha funzionato: tecnica, potenza, angolo o grammatura.
La paura non si supera spingendo di più, ma imparando a sentire cosa fa la canna.
Perché cambio canna ma non miglioro?
Nel surfcasting cambiare canna non cambia il gesto che la governa.
Cambiare canna modifica sensazioni e flessione, ma se il gesto resta lo stesso, resta lo stesso anche l'errore.
Anzi, c'è qualcosa che sorprende chi lo vive per la prima volta: più una canna è performante, più esalta quello che fai.
Gesto corretto → prestazione.
Gesto sbagliato → amplifica dispersione e perdita di controllo.
La canna nuova non corregge il lanciatore: lo rende solo più evidente.
Saper lanciare ti fa riscoprire anche canne che avevi accantonato.
Qual è l'attrezzatura minima per iniziare?
Per iniziare nel surfcasting non servono grandi investimenti — e soprattutto non serve la mentalità "faccio una buona spesa adesso, così l'attrezzatura me la ritrovo".
È una trappola in cui si casca facilmente, ma è il modo sbagliato di entrare.
A volte bastano circa 200 euro: una canna decente e un mulinello altrettanto.
Il vero segreto non è quanto spendi, è rivolgerti al negoziante giusto, uno che pratica davvero la disciplina e sa consigliarti.
E c'è un motivo di fondo dietro questo consiglio: quella prima canna non la butterai.
Il giorno in cui — e te lo auguro — diventerai padrone della giusta tecnica di lancio, la tua vecchia canna ti accompagnerà comunque.
È una delle promesse del Metodo Fiorenzano, la stessa con cui apro i corsi di gruppo: alla fine rivaluterai il tuo intero parco canne.
Non perché avrai comprato di meglio, ma perché con una tecnica corretta sentirai flessioni, sensazioni e prestazioni nuove da canne che già possiedi.
Che canna devo scegliere per il surfcasting?
Quando si cerca la canna giusta per il surfcasting — la canna da pesca da lancio, quella che in inglese trovi come surfcasting fishing rod — la domanda che mi fanno più di tutte è sempre la stessa.
E la risposta più onesta parte da un'altra domanda: qual è il tuo budget? Perché se mi dici cento, duecento euro, la scelta è già molto indirizzata.
In quella fascia ci sono canne oneste, che fanno benissimo il loro lavoro se guidate bene.
Certo, hanno un limite: il tetto di prestazione delle canne più costose è più alto.
Ma è proprio qui il punto: quel limite la maggior parte delle persone non lo raggiunge nemmeno, perché non ha ancora la tecnica per spremere la canna fino in fondo.
E allora il ragionamento si ribalta.
Solo quando hai saturato davvero quello che la tua canna può dare, il passaggio a una fascia superiore ha un senso reale.
Prima rischia di essere solo un'illusione che costa cara.
È più in alto che si apre la scelta vera.
Ma attenzione, perché qui c'è l'equivoco che ha bloccato più surfcaster di qualsiasi altro: (Estratto da "Non è la Canna" — font citazione) «Ho visto molti con canne da 700€ fare metri scarsi.
E altre normalissime persone con attrezzi di quindici anni fa tirare oltre i centosessanta.
Perché? Perché sapevano dove mettere il peso, quando ruotare il busto, come leggere il piombo prima di lanciarsi nel gesto.» Ecco perché non esiste "la canna migliore" in assoluto: esiste quella giusta per te.
E quando il budget non è un problema, la scelta non si fa sul prezzo, ma su di te: che pescato cerchi, su che distanze, con che grammature, su che mare, con che livello tecnico, perfino come la trasporti.
La canna è uno strumento che si sceglie addosso alla persona.
Non è la Canna a fare il lanciatore.
Non è un modo di dire: è il cuore di tutto quello che insegno, al punto che ci ho scritto un libro intero: Non è la Canna.
Se vuoi capirlo davvero, è lì dentro.
Si può comprare l'attrezzatura da surfcasting da Decathlon?
Sì, si può comprare attrezzatura da surfcasting da Decathlon, soprattutto se stai iniziando o se ti serve qualcosa in modo pratico e veloce.
E te lo dico con sincerità, da uno che di canne, fili e mulinelli ne ha visti parecchi: Decathlon risolve un problema molto concreto, che ogni surfcaster conosce.
Quante volte capita la frenesia della domenica? Decidi di andare a pescare al mare, ti accorgi che ti manca qualcosa, e i negozi di pesca classici sono chiusi.
Entri da Decathlon ed esci con un'attrezzatura che ti mette nelle condizioni di pescare davvero.
Qui nel Lazio, in alcuni punti vendita, hanno messo anche il frigorifero con le esche più usate nel surfcasting — arenicola, americano, coreano — oltre a quelle per altre tecniche.
Non è poco: è disponibilità vera quando ti serve.
Diciamoci poi la verità: anche chi a casa ha un magazzino di canne di alta fascia, prima o poi viene irresistibilmente richiamato dal reparto pesca di Decathlon.
E qualcosa di utile da portare via si trova quasi sempre — a me è capitato di prenderci un'intera serie di fili Daiwa, tutte le misure.
E non solo accessori: in spiaggia ho visto canne da surfcasting che altri avevano preso lì comportarsi più che bene per il loro rapporto qualità/prezzo.
È il discorso della fascia intorno ai duecento euro: si trovano attrezzi onesti, che fanno il loro lavoro se guidati bene.
Sia chiaro su una cosa, però: questo non significa che per iniziare a pescare a surfcasting si debba passare da Decathlon.
Non è il consiglio su come muovere i primi passi — è semplicemente la risposta onesta alla domanda "si può?".
Sì, si può, ed è comodo quando serve.
Ma se vuoi partire bene fin dall'inizio, il riferimento vero resta il negozio di pesca specializzato.
Decathlon è un grande negozio di articoli sportivi, dove la pesca è uno dei tanti reparti, accanto a caccia, montagna e tutto il resto.
Il negozio specializzato, invece, è concentrato in verticale solo sulla pesca — e questo fa una differenza enorme in profondità: competenza di chi sta dietro al banco, esperienza reale, quantità e specificità dei prodotti.
Lì trovi qualcuno che ascolta cosa devi fare, e non ti vende semplicemente la canna più costosa.
Perché alla fine il punto è sempre lo stesso: una canna, qualunque sia il nome sull'etichetta, vale per quello che chi la impugna sa tirarle fuori.
In quella fase non è quasi mai l'attrezzo a fare la differenza — è il gesto.
È la persona a estrarne il potenziale, non il marchio.
Meglio Daiwa o Shimano per il surfcasting?
È la domanda classica, il derby dei due giganti giapponesi.
E ti rispondo subito, onesto: sono entrambi validissimi, due aziende che hanno fatto la storia del surfcasting e continuano a farla.
La scelta è sempre difficile — ma per ragionarci bene conviene separare due mondi che troppo spesso si mescolano: le canne e i mulinelli.
Sono due tecnologie diverse, due storie diverse.
Sulle canne — il regno del carbonio e dei compositi — Daiwa ha un'eredità che pesa.
Chi mastica surfcasting ricorda canne leggendarie come la AWB, la "Amorphous Whisker" sviluppata con Paul Kerry: una canna che ancora oggi possiedo, con cui pesco e lancio, e a cui ho dedicato un intero capitolo del mio libro Non è la Canna.
Su questo fronte Daiwa ha scritto pagine importanti.
Sui mulinelli — il regno della meccanica e degli ingranaggi — la storia è diversa.
Negli anni '90 l'imperatore era il mitico Daiwa SS9000 Tournament; poi Shimano è cresciuta fino a prendere il sopravvento sul mercato italiano, e oggi ai massimi livelli il riferimento per molti è lo Shimano Aero Technium.
Ma la verità è che si equivalgono: due meccaniche di altissimo livello, scelta difficile perché sono entrambe eccellenti.
E qui c'è la cosa più interessante, valida per entrambi i mondi: un tempo, dire "voglio una Daiwa" o "voglio una Shimano" significava aprire bene il portafoglio — erano sinonimo di top di gamma.
Oggi non è più così.
Queste stesse aziende fanno anche prodotti economici, accessibili a tutti, e davvero ottimi.
Ti faccio un esempio concreto: ho un mulinello Shimano economicissimo, ce l'ho da quasi quindici anni.
Ci faccio i corsi di lancio tutti i giorni, ci ho pescato in oceano, e ancora non si ferma.
Ne ho parlato anche in un video sul mio canale.
Un'ultima cosa, con onestà: la mia visione su questi colossi è quella di chi il mercato lo vive dall'Italia.
Da noi non è mai arrivato l'intero catalogo di Daiwa e Shimano.
Soprattutto prima di internet, abbiamo sempre avuto a disposizione una selezione pensata per il territorio italiano.
Ti faccio un esempio che dice tutto: Gamakatsu, un altro colosso giapponese.
Sono cresciuto convinto che fabbricassero solo ami — finché un giorno mi ritrovai a sfogliare un loro catalogo intero e gli ami erano solo una piccola parte.
Quando parlo di questi marchi, quindi, parlo di quello che ho toccato e usato davvero qui, non dell'intero universo che producono.
Quindi, Daiwa o Shimano? Con entrambi vai sul sicuro, canne o mulinelli, a qualunque fascia di prezzo.
Lo dico senza alcun interesse: non ho legami con nessuno dei due marchi, parlo solo di ciò che uso davvero da anni.
E come sempre, il punto vero resta uno: anche la canna o il mulinello migliore del mondo non lanciano da soli.
È sempre il gesto a fare la differenza.
Quale mulinello scegliere per il surfcasting?
Parto da una distinzione, perché chi cerca un mulinello da surfcasting si divide in due: chi ne ha già uno e vuole sostituirlo, e chi compra il primo.
Sul primo gruppo noto sempre la stessa cosa: nella testa c'è l'idea del "mulinello che mi fa fare più metri", e così si salta dritti a una fascia di prezzo molto più alta.
Poi succede una cosa interessante — si va a provarlo, caricato alla perfezione, e ci si accorge che è cambiato poco, forse nulla.
Te lo dico perché ci sono passato anch'io.
Quello che fa uscire il filo dalla bobina è il piombo: se parte alla stessa velocità di sempre, non c'è mulinello che ti regali i metri che sognavi.
Quei metri li dà il gesto, non l'acquisto.
Detto questo, parliamo di cosa conta davvero in un mulinello — e ci sono due cose che quasi nessuno considera.
La prima: non farti trascinare dalle misure grandi.
Faccio un esempio con le taglie Shimano: la 10000 ha una bobina molto larga, importante.
Ma io mi trovo magnificamente con una 8000, leggermente più contenuta e molto più maneggevole.
A parità di diametro del filo, differenze di distanza non ne ho notate — anzi, con la 8000 e i diametri sottili ho l'impressione che il filo scarichi perfino con più facilità.
Più grande non vuol dire più lontano.
La seconda, ed è quella che passa più inosservata di tutte: il rapporto di recupero.
Tanti prodotti in commercio hanno rapporti lunghi — 4.3, 4.2, 4.1 — che recuperano velocissimi.
Ma c'è un rovescio: a meno che non sia un mulinello di alta fascia, con ingranaggi lavorati al centesimo, in quei rapporti lunghi senti sempre una sorta di forzatura nel girare la manovella.
Se invece rinunci a un po' di velocità e scendi in zona 3.9, 3.8, succede una cosa bellissima: una fluidità innaturale, tutto più liscio e leggero, perché la meccanica lavora con molto meno sforzo.
Scendi ancora, verso 3.5, e sei in modalità trattore da traino — lentissimo ma inarrestabile.
È un po' la differenza tra partire in seconda marcia, a strappi, e partire in prima con dolcezza.
E qui c'è il vantaggio che pochi conoscono: con un rapporto più corto, anche un mulinello di fascia accessibile farà egregiamente il suo lavoro fino alla fine dei suoi giorni — che sono molto più lontani di quanto immagini, proprio perché la meccanica fatica meno.
Aspetti qualche istante in più nel recupero, ma in cambio hai fluidità e durata.
Attenzione, però, perché c'è anche il rovescio legittimo della medaglia.
In un ambiente come la gara, dove conta tutto e non si lascia niente al caso, ha perfettamente senso un 10000 caricato al limite con una lenza super sottile e un recupero spinto: lì vai a raccogliere tutti i piccoli guadagni che, sommati, possono davvero fare la differenza.
Ogni strumento ha il suo contesto.
E in fondo c'è una distinzione che vale per tutto.
Una cosa è comprare per una performance presunta che poi non arriva.
Un'altra è comprare per il puro piacere di possedere un oggetto meraviglioso.
E davanti a questo io alzo le mani e faccio i complimenti: perché concedersi un bel mulinello, per il gusto di averlo, è un piacere sacrosanto.
Basta sapere perché lo si sta facendo.
Surfcasting negozio online: dove comprare l'attrezzatura?
Comprare attrezzatura da surfcasting online è comodo, spesso conveniente, e oggi assolutamente normale.
Però prima di parlare di dove comprare, vale la pena ricordare una cosa che i più giovani forse non immaginano: prima di internet, il negozio di pesca era un mondo a parte.
Non era solo il posto dove compravi una canna.
Era il posto dove passavi anche senza dover comprare niente.
Entravi, trovavi qualcuno che parlava di mare, qualcuno che mostrava una foto, qualcuno che discuteva di piombi e correnti davanti a un caffè.
E senza accorgertene uscivi con un'idea in più rispetto a quando eri entrato.
Il negozio di pesca era un luogo dove si cresceva come pescatori.
Il negoziante ti conosceva, sapeva il tuo livello, il tuo budget, le spiagge che frequentavi.
Quando tornavi con un problema, spesso lo risolvevi tra una chiacchiera e un caffè.
Quel nucleo — fatto non solo di attrezzi, ma di quello che puoi fare davvero con gli attrezzi — nel negozio fisico viveva in modo naturale.
Poi sono arrivati gli e-commerce, i prezzi più convenienti, gli smartphone, i social che inducono acquisti a volte impulsivi.
Non sto dicendo che sia meglio o peggio: i tempi cambiano, e va bene così.
E sia chiaro: i negozi di pesca non sono affatto spariti.
Molti continuano a essere punti di riferimento importanti, e spesso sono proprio gli stessi negozi che oggi hanno affiancato al banco fisico anche uno store online.
Non sono sempre due mondi separati: molte volte dietro al sito internet c'è lo stesso negoziante che potresti incontrare dietro al bancone.
Quindi il punto non è "online sì" o "negozio fisico no".
Se conosci già l'articolo che ti serve, magari perché lo hai già provato o possiedi già lo stesso modello, comprarlo online può essere una scelta intelligente.
Risparmi qualcosa, ricevi tutto a casa e hai fatto benissimo.
Ma se non sei ancora centrato su quello che ti serve, andare in negozio vale il tempo che ci metti.
Perché lì puoi toccare le canne, sentirne la flessibilità, confrontare modelli diversi e capire cosa potrebbe adattarsi davvero al tuo modo di pescare.
E soprattutto puoi sentirti dire una frase che online, da sola, non esiste: "Questa te la consiglio per te, in base al tuo budget e al tuo livello." C'è poi una cosa che ho notato in anni di frequentazione di negozi e negozianti: chi apre un negozio di pesca serio, nove volte su dieci, ha davvero la passione.
E questa differenza si sente.
Diverso è il discorso delle grandi piattaforme generaliste, quelle che vendono di tutto e dove la pesca è soltanto uno dei tanti reparti.
Lì una canna può essere trattata come una mattonella, un elettrodomestico o qualsiasi altro prodotto da scaffale.
Il prezzo magari c'è.
Il consiglio, spesso, no.
Per questo, se sai già esattamente cosa ti serve, comprare online è spesso la scelta più comoda.
Ma se stai ancora cercando di capire cosa ti serve davvero, il consiglio giusto può valere molto più dello sconto giusto.
Cos'è un combo nel surfcasting? Conviene comprarlo?
Nel surfcasting il combo è la combinazione tra i due elementi base del lancio — la canna e il mulinello — proposta già abbinata dal venditore: una "combinazione" pronta all'uso, il classico pronti-via.
Il messaggio implicito è comodo: ci ho pensato io, tu devi solo andare a pescare.
E per chi parte da zero assoluto va benissimo — l'importante è iniziare, e un combo ti mette in spiaggia senza dover decidere nulla.
Ma ti dico la verità, dopo anni in spiaggia e a contatto con centinaia di pescatori: un combo preconfezionato, preso così com'è dall'esposizione, non l'ho praticamente mai visto in mano a un pescatore anche solo mediamente esperto.
Perché appena entri davvero nella disciplina, quella formula pronta non ti basta più.
Quello che succede è un'altra cosa, ed è qui il punto.
La combinazione canna- mulinello continua a esistere, ma cambia forma: non la compri impacchettata, la costruisci.
Nasce da un ragionamento — e di solito da una bella chiacchierata col negoziante giusto, quello che pratica davvero.
Si parte da te: che pesche fai, su che distanze, con che grammature, su che mare.
Da lì si sceglie la canna.
E solo dopo si abbina il mulinello a quella canna, perché sia bilanciato.
Il risultato è ancora un "combo", se vuoi — ma è cucito su di te, non preso da uno scaffale.
Ed è la solita storia, quella che insegno da sempre: la scorciatoia pronta esiste, ed è onesta per iniziare.
Ma il salto di qualità non è nel kit che compri impacchettato — è nel capire perché quella canna e quel mulinello stanno bene insieme, per te.
Il combo migliore non si acquista.
Si ragiona.
Come si pesca il pesce serra a surfcasting?
La pesca al pesce serra è una delle più divertenti ed economiche che il surfcasting possa offrire — e fatta bene, con un minimo di padronanza del lancio, può diventare estremamente dinamica, soprattutto col trancio al tramonto.
Ma c'è un equivoco di fondo che vale la pena togliere subito: non basta lanciare dove puoi e aspettare che passi il banco.
Il pesce serra premia chi sa intercettarlo, non chi aspetta che si presenti.
Se per caso li avete sempre immaginati mentre si spostano unicamente in modo parallelo alla spiaggia, provate a cambiare immagine mentale.
Immaginateli invece mentre entrano ed escono dall'arenile in diagonale, magari proprio verso il vostro tratto di spiaggia.
Già solo questa visualizzazione cambia completamente l'approccio.
Da predatori, i serra cercano di tagliare la strada al foraggio e spingerlo verso riva, usando la spiaggia come una barriera naturale.
È proprio da qui che nasce quello che io considero il loro classico movimento a zig-zag: non uno spostamento casuale, ma un continuo entrare e uscire dalla fascia costiera.
Il mio setup minimo per farla bene sono due canne.
Una fuori, alla massima distanza utile.
Una sotto, tra i trenta e i cinquanta metri.
Se capisci questa dinamica, il gioco cambia completamente.
Quando parte quella di fuori, recupero, stacco il pesce, attacco il bracciolo già pronto e rilancio vicino a quella corta.
Perché il segnale è che il banco sta entrando in diagonale dall'esterno e il prossimo passaggio potrebbe avvenire più sotto riva.
Quando parte quella corta, il lancio successivo torna fuori.
Due canne, due distanze, una logica di intercettamento.
Non perché i serra restino lì davanti a te, ma perché quando il banco transita nella tua zona devi ottimizzare al massimo quei pochi passaggi utili.
Con questo sistema, una decina di pesci serra in serata non è per niente impossibile.
E qui il lancio fa davvero la differenza — ma non nel modo in cui si pensa.
Con un trancetto innescato la distanza estrema non è l'obiettivo: il trancio è un freno aerodinamico importante.
La chiave è un'altra: fare lanci controllati a tutte le distanze, nelle direzioni volute, con scioltezza e padronanza.
Se riuscite a rientrare in pesca in un minuto, state già lavorando bene.
In ambiente gara i migliori sono abbondantemente sotto i trenta secondi, ma non stiamo facendo una palestra.
Quello che non ci si rende conto è quanto tempo si perde senza accorgersene: basta prendere l'orologio in mano una volta per scoprirlo.
La differenza è tutta lì.
Una cosa è piantarsi sulla stessa linea di lancio e aspettare che il banco faccia di nuovo la comparsa davanti a te.
Un'altra è avere la visione del percorso dei pesci serra e saperti muovere un passo avanti rispetto a loro.
Questo non lo insegna il trave.
Non lo insegna l'esca.
Alla fine il pesce serra non premia chi aspetta meglio.
Premia chi intercetta meglio.
Le canne e i mulinelli Penn vanno bene per il surfcasting?
Sì, nel surfcasting Penn è una scelta solida — e ti dico subito come la vedo, parlando soprattutto di mulinelli, che è il terreno dove questo marchio per me ha un piccolo superpotere.
Penn è un colosso che copre praticamente ogni tipo di pesca al mondo, ma restando sul lancio il suo valore è preciso: con un budget contenuto ti porti a casa un prodotto che non insegue le finezze più sofisticate, ma è stabile, robusto, durevole.
In una parola che usiamo spesso col mio negoziante di fiducia: Penn ti manda a pesca.
Cosa intendo.
Non sono attrezzi costruiti per spremere l'ultimo grammo di prestazione da gara — sono fatti per funzionare, sempre, e durare.
Io li paragono a veri strumenti di lavoro, quasi da cantiere: li prendi, lavorano, non ti tradiscono.
E a un costo accessibile a tutti, che non è un dettaglio: vuol dire mettere in mano a chi inizia, o a chi vuole un'attrezzatura senza pensieri, qualcosa su cui può contare per anni.
E c'è un dettaglio che sorprende chi conosce Penn solo per la fascia economica: ultimamente ho visto canne molto interessanti, sempre a quei prezzi onesti, e mulinelli concepiti proprio con quella filosofia operaia.
Ma se scavi nel catalogo a fondo, scopri che la stessa azienda produce anche prodotti di altissima fascia.
È un colosso vero, con dentro entrambi i mondi.
Lo dico senza alcun interesse: non ho legami con il marchio, parlo solo di quello che ho visto e toccato.
Se cerchi l'attrezzo da esibizione, Penn non è il primo nome che ti viene in mente.
Se cerchi qualcosa che ti manda a pescare e non ti molla, è esattamente lì che gioca.
E come sempre, qualunque sia il nome sulla canna, è il gesto a fare la distanza — non l'etichetta.
Conviene comprare l'attrezzatura da surfcasting usata?
Sì, e nel surfcasting l'usato è spesso un vero affare — soprattutto sulla fascia alta.
Per un motivo che ha la sua ironia: i mercatini sono pieni di canne magnifiche, quasi nuove, rivendute dopo pochissimo.
Nella stragrande maggioranza dei casi non perché siano scadenti, ma perché chi le aveva comprate inseguiva una distanza che non è mai arrivata — e non era colpa della canna.
Quel limite tecnico di chi vende diventa l'occasione di chi compra: canne da gara a metà prezzo, carrelli, cassoni e tripodi che costano una frazione del nuovo.
Il punto è solo sapere cosa guardi.
Sulla canna — che nel surfcasting è l'oggetto numero uno, quello con cui hai il contatto più diretto — controllo due cose.
La prima sono gli anelli: la presenza di ossido ti dice due cose insieme, lo stato reale del prodotto e come è stata tenuta.
La seconda è l'innesto: se la parte che entra scende troppo in profondità, significa che la canna è stata aperta e chiusa moltissime volte, quindi usata tanto.
E qui c'è un dettaglio che pochi sanno: i materiali compositi, sotto sollecitazioni estreme — lanci tirati al massimo, ripetuti negli anni — col tempo cedono parte della loro nervatura nativa, e la canna rende meno di quando era nuova.
Lo confermano quelli che hanno comprato usata la stessa canna che già possedevano: col termine di paragone in mano, la differenza la sentono.
Sul mulinello il discorso è diverso, perché l'occhio inganna.
Un mulinello può essere visivamente perfetto e nascondere il problema: l'unica prova vera è il recupero.
Giri la manovella e senti — se è fluido, pulito, è sano; se avverti micro-rugosità, piccole asperità nella rotazione, è il segnale di un rotore che ha lavorato tantissimo, oppure di un mulinello aperto e richiuso per una manutenzione finita male.
Quella fluidità non si finge: provala prima di comprare.
Detto tutto questo, vale comunque il principio di sempre: una buona canna usata più un gesto corretto battono una canna nuova e costosa senza tecnica.
L'usato non è un ripiego, è intelligenza — a patto di saper leggere quello che hai tra le mani.
Com'è la Italcanna Vector LA per il surfcasting?
Sì, la Italcanna Vector LA è oggi una delle mie canne preferite tra quelle dei costruttori italiani, e ti spiego perché.
La sigla "LA" sono le iniziali di Lee Adams, un fortissimo lanciatore inglese che purtroppo ci ha lasciato troppo giovane — l'ho conosciuto e ci ho gareggiato contro più di una volta, un atleta formidabile.
Dalla sua collaborazione con Italcanna nasce questa canna, che oggi tanti pescatori apprezzano sulle spiagge italiane.
Cos'ha di speciale, secondo me? È l'anello di congiunzione perfetto tra il surfcasting pesante, da mare grosso, e il long casting.
Ha una natura altamente performante in termini di lancio e distanza: per darti l'idea del potenziale, Lee Adams la spingeva sul prato oltre i 230 metri con un piombo da appena 100 grammi.
Non parliamo quindi di un cannone che lancia solo grammature pesanti, ma di una canna che esprime tantissimo già sul leggero — ed è proprio per questo che trova la sua collocazione perfetta anche quando devi mandare 200 grammi in mare grosso, o quando col mare calmo serve raggiungere distanze importanti.
Io stesso l'ho usata per anni, continuo a provarla ai corsi e a consigliarla ai miei allievi quando raggiungono in fretta un livello tecnico che chiede un attrezzo più performante.
Se proprio devo trovarle una pecca, è che risulta un filo pesante rispetto a quello che le persone si aspettano oggi, abituate alle tre pezzi sempre più sottili e leggere.
Ma è una scelta che ha un senso: Italcanna ha conservato il suo classico DNA inconfondibile in quella canna, e le prestazioni che restituisce non sono lontanamente paragonabili.
Tra le mani di chi ha un minimo di tecnica, fa davvero la differenza — e come sempre, è lì che si vede tutto: non è la canna, è la persona che la sa usare.
Le canne Zziplex valgono il prezzo?
Cosa sono nel surfcasting Sì, le Zziplex sono canne vere — un nome dal suono esotico e tecnologico — e nel surfcasting da lancio hanno scritto la storia.
È un marchio inglese, nato dalle mani di Terry Carroll: un costruttore geniale, non un fuoriclasse della pedana, ma uno che le canne le sapeva pensare come pochi al mondo.
Per anni le Zziplex hanno dominato le gare di distanza ovunque.
Canne a ripartizione, due pezzi, di una leggerezza e una potenza che all'epoca non avevano paragoni: nate per l'oceano e per il pendolare, il lancio che in Inghilterra era pane quotidiano.
Ancora oggi, anche se concettualmente la tecnologia è più matura, avere una Zziplex nel proprio parco canne resta un piccolo vanto da intenditori.
Il mio rapporto con loro è cominciato da pescatore, non da campione: comprai una coppia di Zziplex Profile, prima versione, per andare a pescare per conto mio.
Le vendetti anni dopo, e ancora oggi me ne pento.
Le lasciai andare per correttezza, quando diventai immagine Century per l'Italia: non mi sembrava giusto presentarmi in spiaggia con canne di un altro marchio.
Una scelta di coerenza, ma il rimpianto è rimasto — certe canne non si rivendono.
Ho avuto anche la fortuna e il piacere di contribuire alla progettazione di una canna, in un rapporto informale fatto più di stima reciproca che di contratti.
Si ragionava sulle proporzioni di una canna da gara: l'idea era creare l'antagonista di una delle canne più performanti del momento.
Il primo prototipo era esagerato — il calcio, il pedone, sembrava cemento armato da quanto era rigido.
Lì imparai una cosa sul rispetto verso un certo modo di pensare e costruire: con Carroll, dire "aumenta la potenza senza paura" non era un parametro che potevi spingere a piacimento, mentre con altri produttori sì.
Al terzo prototipo trovammo l'equilibrio: nacque così la Zziplex 427 SU.
Ed è proprio nel rapporto tra due canne che si capisce il senso di tutto il libro.
La mia canna da record è sempre stata un'altra, estrema, capace di distanze altissime ma che non perdona: un errore e ti porta via quindici metri.
La 427, più permissiva, non mi faceva il record — ma mi assecondava.
La usavo nei campionati invernali e di inizio stagione, quando per il meteo non potevo allenarmi e a volte arrivavo in pedana senza aver lanciato per settimane, anche mesi.
Senza le braccia "calibrate" sulla canna estrema, la 427 mi permetteva comunque distanze importanti, in piena padronanza.
Il punto è questo: non porti in gara la canna più potente che hai.
Porti quella che, in quel momento e in quelle condizioni, controlli davvero.
Anche qui, come sempre, non è la canna: è il gesto, e la lucidità di scegliere lo strumento giusto per la tua condizione reale.
Mare, spot, esche e pesca
Nel surfcasting si pesca meglio con la bassa marea?
Nel surfcasting la bassa marea non è automaticamente migliore o peggiore dell'alta marea: dipende dallo spot, dal fondale, dalla stagione, dal pesce cercato e da come si muove l'acqua in quella zona.
Molti associano l'alta marea a una maggiore probabilità di cattura, perché istintivamente pensano che più acqua significhi più spazio e più movimento per il pesce.
A volte è vero, ma non sempre.
Esistono spiagge dove la bassa marea rende la pesca più interessante, perché scopre canaletti, buche, scalini, secche, pietre, alghe e passaggi che con l'acqua alta non si leggono.
In Italia, e più in generale nel Mediterraneo, l'escursione di marea è spesso limitata rispetto ai mari oceanici: parliamo normalmente di decine di centimetri, con differenze maggiori in alcune zone come l'alto Adriatico.
Per questo, su molte spiagge mediterranee, la marea da sola non dovrebbe diventare l'unico criterio di scelta.
Il discorso cambia vicino alle foci.
Con il mare più basso, l'acqua del fiume può uscire con più decisione, creando corrente, tagli e zone di passaggio.
Quando la marea sale, in alcune foci può accadere il contrario: l'acqua marina tende a spingere verso l'interno, rallentando l'uscita del fiume e creando momenti di stasi o cambiamento del flusso.
Il punto quindi non è pescare sempre a bassa o alta marea, ma capire cosa quella fase ti sta mostrando.
La bassa marea non va trattata come una regola fissa, ma come un'informazione.
Se sai lanciare e sai leggere lo spot, non subisci la marea: la usi.
Cos'è il surfcasting?
Il surfcasting è una delle discipline di pesca più affascinanti che si possano praticare dalla spiaggia, perché unisce mare, attesa, lettura dello spot e possibilità di insidiare da riva anche pesci importanti.
Una delle cose che lo rende speciale è proprio questa: ti fa pescare dalla spiaggia con l'idea concreta che, in certe condizioni, possano arrivare pesci che molti associano alla pesca dalla barca.
Lecce amia, serra, ricciole, grandi spigole nel periodo invernale e, in alcuni contesti, anche squali: non sono la normalità di ogni uscita, ma fanno parte dell'immaginario e del fascino di questa disciplina.
Allo stesso tempo, il surfcasting non vive solo di predatori e mare impegnativo.
Nella pesca estiva, con acque più riposate e condizioni diverse, può diventare centrale anche la ricerca delle orate, una delle prede più tecniche e ambite dalla spiaggia.
Il surfcasting nasce con un'impronta fortemente oceanica, pensata per pescare dalla spiaggia in ambienti dove onde, correnti, maree e grandi distanze hanno un ruolo determinante.
In Italia è stato adottato con grande interesse e adattato ai nostri mari, dove l'escursione di marea è spesso minore, ma restano fondamentali lettura dello spot, scelta dell'attrezzatura e tecnica di lancio.
La sua immagine iconica è fatta di canne potenti, piombi aerodinamici a forma di proiettile e lanci lunghi verso il mare aperto.
Ma quegli strumenti, da soli, non bastano.
Il surfcasting non è semplicemente buttare un'esca in acqua e aspettare.
È una pesca tecnica.
Richiede capacità di leggere il mare, scegliere il punto giusto, capire fondale, corrente, stagione, esche e condizioni del momento.
E soprattutto richiede saper lanciare.
La distanza non è solo voglia di fare metri: nel surfcasting è parte integrante della pesca, perché ti permette di raggiungere fasce d'acqua diverse e presentare l'esca dove ha più senso.
La parola nasce da "surf", la zona delle onde e della risacca, e "casting", cioè lancio.
Già nel nome c'è il cuore della disciplina: pescare nella zona del mare vivo, ma con una tecnica di lancio capace di portare l'esca dove serve.
Quindi il surfcasting è pesca dalla spiaggia, sì.
Ma nella sua forma vera è qualcosa di più: osservazione, tecnica, attesa, scelta e possibilità di confrontarsi da riva con pesci che accendono davvero l'immaginazione.
Dove lanciare nel surfcasting (di giorno, di notte, da riva)
Su "dove lanciare" trovi internet pieno di manuali immensi: schemi, foto, illustrazioni, tutto spiegato nei minimi dettagli.
Eppure c'è un punto che quasi nessuno ti dice.
Anche se hai capito alla perfezione dove andrebbe messa l'esca, molto probabilmente lì non ci arrivi: il target classico — il frangente — difficilmente sta sotto i novanta, cento metri, e in condizioni di mare da surf raggiungerlo non è affatto scontato.
Quindi la domanda vera non è dove lanciare, ma come ci arrivi.
Senza una buona componente di lancio, quel punto resta solo un disegno su un manuale.
E qui ti giro la cosa, perché è la prova più onesta: se a quelle distanze ci pescassi già davvero, non staresti cercando "dove lanciare".
Ci avresti già fatto le tue catture, ti saresti fatto una piccola statistica personale e avresti capito da solo — sulla tua esperienza — che quello è il punto giusto.
Il fatto stesso che te lo chiedi dice che il nodo non è la lettura del mare: è il gesto che ti porta fin lì.
Cambia poi parecchio se lanci di giorno o di notte.
Di giorno è tutto più semplice: hai i riferimenti visivi, vedi dove cade il piombo, correggi a vista.
Di notte spariscono i riferimenti, e per restare in pesca in modo costante, lancio dopo lancio per ore, ti serve un bagaglio tecnico ormai consolidato, costruito negli anni.
Lo vedo di continuo coi miei allievi: in poco tempo diventano bravi a lanciare di giorno, poi alle prime pescate notturne mi raccontano di qualche piccola difficoltà con la direzione — normale, mancano i riferimenti.
Ma già dalla terza pescata attingono a quello che hanno imparato, e tutto torna al suo posto.
Senza accorgersene hanno fatto, in modo accelerato, una nuova esperienza: il lancio ad alta performance anche al buio.
Perché quando la tecnica è solida, regge anche quando non vedi niente.
E che si parli di pesca da riva, dalla spiaggia o nel pieno dell'estate con il mare calmo, il filo conduttore resta sempre lo stesso.
Le condizioni cambiano di volta in volta — onde, canaloni, il punto dove rompe il mare, la stagione — e leggerle è parte del gioco.
Ma la lettura del posto ti dice soltanto dove; è la tecnica a darti il come.
Una senza l'altra non ti porta da nessuna parte.
Che esche si usano per il surfcasting?
Le esche più usate nel surfcasting le conoscete già tutti: arenicola, americano, coreano, bibi.
Le trovi comodamente in negozio, e lungi da me dire che non servano — anzi, sono una comodità estrema, senza ombra di dubbio.
Ma proprio qui voglio farvi una domanda che vi sembrerà assurda: avete mai pensato di andare a pescare senza esche comprate? Lo so, suona strano.
Eppure non immaginate quanto il mare stesso possa fornirvi tutto ciò che serve per pescare: bottacciolo, granchietti, cozze, vongole, telline, cannolicchi.
E poi, sfilettando i primi piccoli pesci catturati, potete reinnescare e avviare una vera catena — peschi e re-inneschi, peschi e re-inneschi.
Io la chiamo, amorevolmente, il surfcasting indigeno: divertimento puro e contatto diretto con l'ambiente marino.
Una volta ogni tanto è un'esperienza da fare assolutamente, perché ti mette alla prova come pescatore, in stile survivor.
A me personalmente diverte, mi mette in gioco, ed è qualcosa di grandioso da trasmettere ai più piccoli.
E c'è un ricordo che non si cancella.
Da piccolo mi affascinavano quei signori che d'estate andavano con la pala a ridosso degli scogli a raccogliere le arenicole, quelle che poi avrebbero usato a surf.
Quell'immagine — i secchielli pieni di vermi "gratuiti", pescati in compagnia — faceva parte di un rituale che, secondo me, completa in qualche modo l'essere pescatore.
Perché diciamocelo: la soddisfazione di catturare dei pesci dignitosi in completa autonomia, dall'esca fino alla cattura, non ha prezzo.
Cos'è il surfcasting estremo?
(e il surfcasting con mare mosso) "Surfcasting estremo" è una di quelle parole un po' ambigue, e vale la pena chiarirla.
Nell'immaginario comune significa quasi sempre una cosa sola: mare molto grosso.
Ma per me l'estremo ha due facce.
C'è quella delle condizioni — il mare mosso — e c'è quella della preda, cioè la pesca col vivo ai grandi predatori.
Io stesso ho catturato lecce amia da venti chili sui litorali di Tarquinia, con un mare del tutto normale.
Lì l'estremo non era il mare: era la sfida.
Sul mare mosso, intanto, c'è un mito da sfatare.
Quando il mare ingrossa, il sotto si apre e la catena alimentare si innesca più vicino a riva: i pesci piccoli mangiano il nutrimento in sospensione, i predatori li seguono, e tu ti infili proprio in quell'ecosistema, a una distanza più abbordabile.
Fin qui niente di nuovo.
Da questo, però, molti deducono che — dovendo lanciare meno lontano — la tecnica conti meno.
È esattamente il contrario.
Per contrastare la corrente devi passare a zavorre molto più pesanti: il 150 grammi diventa il piombo piccolo, ed entrano in gioco i 175, i 200, le piramidi, gli spike.
Aggiungi diametri più grossi in bobina, esche più voluminose che diventano veri freni aerodinamici, e un vento che non è mai a favore.
Riportare l'esca dove serve, anche se è poco più in là, in quelle condizioni lo fai solo con la tecnica.
Il lancio non passa mai in secondo piano.
E c'è una prova che lo dimostra meglio di tutte: il piombo spike, quello a rampini.
Non lo puoi lanciare da terra come un ground o un onside — si aggancerebbe all'istante.
Ti restano due strade soltanto: l'adattamento, col piombo in sospensione dietro la testa, oppure il pendulum, il lancio pendolare.
È l'attrezzatura stessa, in pratica, a obbligarti a saper lanciare.
Poi è vero, d'inverno queste condizioni regalano catture magnifiche anche sotto riva — le grandi spigole a pochi metri ne sono la prova.
Ma è solo una parte del quadro: finché non puoi esplorare quello che c'è oltre il frangente, non saprai mai che altra pesca ti aspetta davanti al tuo mare.
Consigli per il surfcasting in oceano
Il surfcasting in oceano non è il surfcasting mediterraneo "più grande": è un'altra cosa.
La differenza che spiazza di più chi arriva dal Mediterraneo è l'escursione di marea.
Da noi la marea si sente appena — pochi centimetri.
In oceano è un'altra dimensione: in pochissimo tempo l'acqua può spostare la sua linea di decine di metri in orizzontale, e soprattutto muoversi di circa tre metri in verticale.
Prova a immaginarlo: dove in Italia conti pochi centimetri, lì hai una massa d'acqua che sale e scende di tre metri.
Cambia tutto: dove si concentra il pesce, quando conviene pescare, come leggi la spiaggia da un'ora all'altra.
Lo spot perfetto della mattina, a metà giornata può essere terra asciutta — o viceversa.
E c'è un altro mondo, in oceano, che da noi quasi non esiste: quello dei pesci fuori misura, quelli che ti costringono a ripensare l'attrezzatura da zero.
In Costa Rica, dove torno ogni anno, mi è capitato di dover montare mulinelli fissi molto capienti caricati con lo 0,80 in bobina, proprio per sostenere il combattimento con pesci immensi.
Ma anche così, con tutta quella potenza, restava un problema: i metri di filo a disposizione non bastavano a gestire le fughe e le sfuriate di certi animali.
Così ho dovuto ripiegare su una soluzione diversa: tenere solo nella prima parte una sorta di leader esteso in nylon — che lì non serve a reggere il lancio, ma fa da ammortizzatore puro — e sotto una lenza in trecciato da cento libbre.
Quella treccia mi dava molta più potenza e, soprattutto, tantissimi metri di filo in più: l'unico modo per avere ragione di pesci che, altrimenti, non avrei mai portato a riva.
È questa la differenza vera tra il surfcasting dei nostri mari e l'oceano.
Non è solo questione di onde più grosse: cambiano le prede, cambiano le forze in gioco, cambia il modo stesso di ragionare sull'attrezzatura.
E proprio perché le condizioni sono estreme, l'oceano resta il banco di prova più onesto per la tecnica: lì la forza bruta non basta mai — conta il gesto, la lettura, il controllo.
Con il Costa Rica, ormai, è un legame di anni: ho cominciato con un mese, poi sempre di più, fino a restarci a lungo — e ancora oggi è il mare dove torno a confrontarmi con pesci che in Italia non si vedono.
(→ inserire 2-3 foto catture oceaniche Costa Rica)
Cos'è il surfcasting leggero?
Te lo dico subito, onesto: per me il surfcasting leggero non esiste.
È un po' come dire "carbonara vegana" — due parole che, messe nella stessa frase, si contraddicono.
Il surfcasting nasce per portare lontano, per impiegare potenza e distanza.
Definirlo "leggero" è come usare il cannone per colpire una zanzara.
Detto questo, proviamo a decodificarle, queste due parole, e a farle conciliare in qualche modo — perché chi le cerca qualcosa in testa ce l'ha.
L'unico appiglio logico che riesco a estrarne è questo: una pesca al lancio dalla spiaggia fatta con attrezzatura elastica e non potentissima.
Canne flessibili, leggere, che esprimono il massimo della loro performance già con un piombo da 100 grammi — non i cannoni rigidi da grammature pesanti.
Filo in bobina sottilissimo, 0,14-0,16, zavorra leggera, trave dello 0,30 circa, braccioli che vanno dallo 0,10 allo 0,16 al massimo.
Niente mulinelli ingombranti, niente potenza bruta: tutto giocato sulla finezza.
In sostanza, l'obiettivo vero è portare una lenza ultraleggera a una certa distanza.
E per farlo ti serve comunque un piombo, e quindi delle canne che chiamiamo "da surf" ma usate per uno scopo diverso da quello classico.
Forse è quello che qualcuno chiama beach ledgering — onestamente non saprei definirlo con una sola etichetta.
Le etichette, del resto, qui contano poco: i puristi del surfcasting e quelli del beach ledgering, su questo terreno, finirebbero per litigare in direzioni opposte, e io non ho nessuna voglia di mettermi in mezzo.
Quello che conta, per come la vedo io, è il principio sotto: più alleggerisci, più il gesto e il timing diventano decisivi.
Con poco peso non c'è forza bruta che ti salvi — anzi, è proprio lì che la tecnica fa tutta la differenza.
Quindi chiamalo come vuoi, leggero o no: resta una pesca di lancio dove conta come lo fai, non quanto spingi.
E in fondo è la stessa cosa di sempre, solo vista da più vicino.
Dove fare surfcasting nel Lazio?
Sì, il Lazio è una terra di surfcasting vera: si pesca bene su tutto il litorale, da nord a sud.
Santa Severa e Ladispoli sul litorale romano a nord, Sabaudia e Latina più giù — non escono per caso nelle ricerche, sono zone battute e pescose.
Sono romano, su queste spiagge pesco e ci tengo i miei corsi da anni: le conosco da dentro, non da cartina.
E c'è una peculiarità delle spiagge romane che ogni surfcaster prima o poi tocca con mano: i nostri fondali non sono particolarmente profondi.
Questo rende la distanza un'arma fondamentale — per raggiungere le fasce d'acqua giuste, dove il pesce passa, spesso devi saper portare l'esca un po' più in là.
Non è un dettaglio da poco: è esattamente il punto dove la tecnica di lancio smette di essere un vezzo e diventa pesca concreta.
E qui c'è una prova che negli anni si è formata quasi da sola.
Tenendo corsi a moltissimi club romani, è emersa una correlazione curiosa: guarda caso, i club che stanno in alta classifica sono anche quelli che, di media, lanciano più lontano.
Non lo dico per vantarmi — è un riscontro che si legge da fuori, sul campo.
Sul nostro litorale, dove i fondali chiedono distanza, saper lanciare non è un optional: è la differenza tra restare a riva e arrivare dove si pesca davvero.
Per questo, se cerchi surfcasting nel Lazio, il consiglio è sempre lo stesso: la zona conta, lo spot conta, ma su queste spiagge è il gesto che ti porta sul pesce.
E quello, a differenza dello spot, te lo porti dietro ovunque vai.
Mare mosso nel surfcasting: dove lanciare?
Quando il mare è mosso, anche sapendo lanciare davvero lontano, restare in pesca a grande distanza diventa irrealistico: la enorme quantità di filo distesa in acqua viene spostata dalla corrente, e la zavorra non tiene — anche con un piombo da 300 grammi.
La verità più limpida è che in quelle condizioni la pescata si accorcia parecchio.
E qui scatta l'inganno che sento ripetere spesso: molti pensano che, dovendo lanciare meno lontano, la tecnica passi in secondo piano.
È esattamente il contrario.
Il mare mosso quasi sempre porta con sé condizioni avverse — vento laterale anche forte.
A questo si aggiunge che per pescare in quelle condizioni servono diametro di filo maggiore in bobina ed esca più voluminosa: entrambi sono freni aerodinamici in più.
Per riportare l'esca nella zona giusta, anche se vicina, sei costretto a metterci tecnica.
Più la situazione è ostica, più il gesto pulito fa la differenza.
Il punto quindi non è "dove lanciare" quando il mare è mosso — spesso la risposta è più sotto riva di quanto immagini.
Il punto è essere in grado di farcela arrivare davvero, in quelle condizioni.
E quello lo decide sempre il lancio.
Si può fare surfcasting con il mare calmo?
Se lo chiedi a certi puristi del surfcasting, ti rispondono di no: "col mare calmo non stai facendo surfcasting".
È una di quelle posizioni estremiste che, come tutte, si chiudono in una gabbia — e secondo me ti fanno perdere proprio quello che potresti scoprire.
Allora facciamo due conti, con tranquillità.
Se peschi solo col mare mosso, in un anno quante mareggiate hai? Sei, otto, forse dieci nelle annate buone.
Di quelle, una volta sei stanco, una volta hai il raffreddore, una volta non hai potuto andare — e se sei fortunato ne sfrutti la metà.
Quindi parliamo di quattro, cinque uscite l'anno.
E il resto dell'anno? Uno che ha la passione vera della pesca da riva resta a casa a contemplare il mare piatto? Il purismo, di fatto, non ti nobilita: ti toglie la pesca.
E c'è un motivo tecnico dietro, che riporta tutto al punto di sempre.
Il mare calmo, molto spesso, richiede una distanza più lunga — il pesce è più al largo, più diffidente.
Ed è proprio qui che molti, sentendo l'impegno diverso, restano a casa di default: non perché il mare non sia "giusto", ma perché senza un buon lancio quella distanza non la raggiungono.
Il mare calmo non è meno surfcasting: è dove la tecnica conta ancora di più.
E poi c'è la cosa più forte di tutte, che spiazza i puristi alla radice: ci definiamo surfcaster quando molti di noi non hanno nemmeno mai visto l'oceano.
Ricordiamoci che in Italia il surfcasting è già di per sé un adattamento del modello oceanico.
Fare i puristi su "mare mosso sì, mare calmo no" significa difendere con rigidità una cosa che, nei nostri mari, è già un compromesso in partenza.
Allora ve la dico semplice: chiamatemi come volete — surfcaster, long caster, pescatore a fondo, PAF.
Le etichette sono tante e si accavallano, e farsi la guerra su una parola non ha mai fatto prendere un pesce in più.
Io sono abituato ad andare a pescare quando posso, col mare che mi trovo davanti, qualunque esso sia, comprese le condizioni più tranquille.
Perché alla fine il punto è quello: andare a pescare.
Il resto sono nomi.
Come si pescano le orate a surfcasting?
Le orate a surfcasting si insidiano soprattutto d'estate — con qualche eccezione invernale — e quasi sempre impostando una pescata a lunga distanza, ma con una presentazione leggera.
Non è una pesca di potenza: è esattamente il contrario.
L'orata premia la finezza, e questo cambia tutto.
Parlo da romano, conoscendo bene il litorale laziale: per esperienza mia e di tutti gli amici, qui le orate le prendiamo nove volte su dieci impostando la pescata in distanza.
E siccome è una pesca a lunga gittata, fatta con mare calmo o appena mosso, rientra a tutti gli effetti in quella che è una pesca a fondo, di aspetto.
La leggerezza, qui, è il fattore numero uno per aumentare le catture: l'orata vuole sempre un terminale leggero, niente assetti grossi o potenti.
Quando imposto una pescata estiva alla massima distanza, il mio equilibrio l'ho trovato con una montatura leggera: terminale dello 0,18 in fluorocarbon e ami JPHooks JPH 7844 — e qui sono di parte, lo dico chiaro: JPHooks è un mio marchio.
Li ho disegnati proprio per pesche di finezza come questa.
E qui c'è un risvolto che pochi raccontano: il surfcasting all'orata può diventare anche una delle pesche più economiche.
Una delle esche principali sono i granchietti, che recuperi facilmente da solo sul bagnasciuga, sulla battigia — gratis.
Tutto il contrario dell'idea che serva attrezzatura costosa.
Resta però un punto che riporta tutto al solito snodo: per intercettare le orate che passano sul pascolo in distanza serve una buona dote tecnica di lancio.
Senza, sei costretto a giocare perennemente in difesa, ad aspettare il giorno in cui si accostano un po' di più.
Con un lancio solido, invece, vai a cercarle dove sono.
Anche per l'orata, alla fine, la distanza non è forza: è il gesto che ti porta sul pesce.
Come si pescano le mormore a surfcasting?
Sì, la mormora è una preda estiva classica dei nostri litorali — sui lidi laziali ce ne sono tante, e basta una serata fortunata per trovarne il banco.
Ma a me la mormora interessa per un altro motivo: è il miglior giudice del tuo lancio che esista.
Perché molti pensano che il lancio sia solo distanza.
In realtà il concetto vero è un altro, più evoluto: si lancia per la messa in pesca.
Chi fa gare lo sa bene cosa significa — lì arrivi dietro per un solo pesce, ed è la qualità della presentazione a fare la differenza, non il metro in più.
Io non insegno a pescare la mormora: insegno il lancio.
Solo che la mormora, più di ogni altro pesce, ti dice in tempo reale se quel lancio funziona.
Un lancio mal eseguito — in gergo "sfonda" l'esca — la rovina.
Nei casi peggiori l'arenicola esplode in volo e arriva sul fondo un amo praticamente spoglio, con appena qualche residuo: stai pescando con un amo nudo senza saperlo.
E qui scatta l'alibi classico — diamo la colpa ai pesci piccoli che "si sono mangiati tutto", quando spesso quell'esca non è mai arrivata sul fondo intera.
In altri casi resiste ma si compatta sulla punta, coprendola: l'amo è lì, ma mascherato.
In entrambi i casi il risultato è lo stesso — l'esca non è più presentata come l'avevi innescata.
Un lancio pulito invece la porta sul fondo intatta, con l'amo esposto e pronto a lavorare.
Ed è qui che la mormora diventa un test rapidissimo.
Siccome ce ne sono tante, il riscontro arriva in fretta — non aspetti ore per capire se stai sbagliando.
E c'è un segnale preciso da leggere, che è una vera diagnosi.
Vai a ripescare nella memoria le tue catture: se i tuoi pesci li hai presi spesso allamati all'interno, profondi, può essere la spia che nel lancio qualcosa non va — l'esca arrivava appallottolata sulla punta, e il pesce ha dovuto ingoiare per trovare l'amo, con tutto il tempo di liberarsi quando metti in trazione.
Chi invece cura davvero la presentazione, e porta l'esca sul fondo intatta come l'ha innescata, comincia a prendere i pesci "sulla prima tocca" — e sono sempre allamati sul labbro.
Quello non è fortuna: è il lancio che sta facendo lavorare l'esca esposta.
Sull'esca, per chiudere: la madre della mormora è l'arenicola.
Qualche serata fuori schema le ho viste preferire l'americano, a volte il coreano o il bibi — forse un odore che in quel momento gradivano di più.
Ma se dovessi giocarmi una serata su una sola cartuccia, sulla mormora punto sempre e comunque sull'arenicola.
Il resto, però, te lo ripeto: non è l'esca a fare la differenza, e non è il trave.
È il lancio che porta quell'arenicola sul fondo intatta come l'hai innescata.
La mormora te lo certifica meglio di chiunque.
Cultura del lancio e apprendimento
Un blog di surfcasting può aiutare davvero?
Nel surfcasting un blog può aiutare a capire meglio attrezzature, tecnica, mare, condizioni di pesca e logica generale del lancio, ma non può correggere da solo il gesto di una persona.
Tanti pescatori si sono affidati per anni ad articoli, discussioni e spiegazioni scritte online.
Il problema è che, nello specifico del lancio per il surfcasting, i risultati sono stati spesso mediocri, perché il lancio non è solo informazione: è movimento, timing, direzione, gestione della forza e coordinazione.
La cosa cambia quando si parla di esperienze reali su una postazione di pesca, stagioni, pesci, condizioni meteomarine, approcci diversi e attrezzature.
In questi casi un blog può essere molto utile, soprattutto per chi è alle prime armi.
Il punto quindi non è dire che un blog non serve.
Serve, ma bisogna capire per cosa.
Per farsi cultura, confrontare esperienze e leggere meglio alcune situazioni di pesca può aiutare.
Per correggere il lancio, invece, serve qualcuno che sappia osservare il gesto e trasformarlo in una correzione reale.
Non limitarsi a leggere cosa bisognerebbe fare, ma capire perché il proprio gesto non funziona e come cambiarlo.
Si può fare surfcasting con il drone?
Ti rispondo con una distinzione che per me è fondamentale: nel momento in cui usi il drone, non stai più facendo surfcasting.
È un'altra cosa — chiamiamola drone casting, o come si comincia a sentire oggi, drone fishing.
Non è un giudizio: è proprio un altro piano, più che legittimo, ma diverso.
E ti dico di più, da uno che non fa il purista: il drone, per la pesca dalla spiaggia, avrebbe un suo fascino reale — ma solo in un impiego specifico.
Non portare arenicola, americano o un'esca un po' più corposa a trecento metri: lì, secondo me, abbiamo già estremizzato e svalutato la vera potenzialità del mezzo.
Il senso vero sarebbe un altro: mandare un'esca viva a distanze concesse solo a una barca, a caccia di un target importante.
Quella configurazione lì, sì, l'accoglierei volentieri — perché sfrutta il drone per ciò che può dare davvero.
Sia chiaro, io una sessione col drone non l'ho ancora fatta.
Forse prima o poi la farò, ma con questi parametri ben chiari in testa.
Detto questo, c'è una cosa che voglio dire senza giri.
Quando sento "surfcasting" e "drone" nella stessa frase, c'è qualcosa di dissonante, qualcosa che non torna.
Ho visto persone pescare col drone impugnando ottime attrezzature da surfcasting, canne pregiate, mulinelli importanti.
Ma è un controsenso.
Se è il drone a portare l'esca al largo, quelle canne non devono lanciare più niente — la distanza la fa la macchina.
Io, se dovessi usare il drone, mi porterei le canne più economiche e i mulinelli più semplici che ho, perché lì l'attrezzatura serve solo a reggere il filo, non a esprimere un gesto.
Chi spende cifre importanti in canne da lancio e poi delega il lancio al drone, semplicemente, sta pagando per qualcosa a cui ha già rinunciato.
E c'è l'ultimo punto, quello che conta di più.
Il surfcasting, su un piano logico e naturale, è un'altra cosa.
Se in spiaggia incontri un surfcaster esperto al tuo fianco, e la pescata è a tiro di lancio, puoi avere tutti i droni che vuoi: non riuscirai mai a competere con lui in velocità, in tempistica e, soprattutto, in quantità di pescato.
Il drone deposita; il gesto, quando lo padroneggi, fa molto di più in molto meno tempo.
Quindi: il drone è uno strumento, e per certi impieghi estremi può avere il suo perché.
Ma non è surfcasting, e sul terreno del surfcasting — quello vero, a tiro di lancio — la differenza la fa ancora, e sempre, il gesto.
Si può fare surfcasting dalla scogliera?
Capisco perfettamente cosa intendi, ma ti rispondo con una precisazione importante: se mi parli di "surfcasting dalla scogliera", in realtà stai parlando di rockfishing.
Il surfcasting, per come lo intendiamo in Italia, nasce e vive sulla spiaggia.
Puoi anche prendere la stessa attrezzatura e portarla sugli scogli — ma nel momento in cui lanci da lì, stai facendo un altro tipo di pesca.
E la dimostrazione è tecnica, te ne accorgi subito: per quanto tu sia pratico nel lancio dalla spiaggia, dagli scogli è tutta un'altra storia, perché non hai la possibilità di appoggiare il piombo a terra.
Il tuo lancio sarà sempre qualcosa di adattato al momento, e non ti darà mai le distanze che ottieni dalla spiaggia, dove parti da una base comoda e ampia.
Ma in genere, dalla scogliera, della distanza ti importa poco: se uno raggiunge uno spot scomodo, difficile, a volte persino un po' pericoloso, è perché lì c'è l'ipotesi di catture importanti — spesso i fondali sono molto più rilevanti di quelli di una spiaggia standard dei nostri mari.
Ho specificato "in Italia" per un motivo.
In Nord Europa la pesca dalla scogliera — il rockfishing vero — assume un ruolo un po' diverso: avendo una cultura del lancio tecnico più profonda, lì riescono a fare lanci importanti anche dagli scogli, mettendo mano all'unico lancio davvero performante quando non puoi appoggiare il piombo a terra: il pendulum, il lancio pendolare.
Se poi vogliamo entrare nello specifico, il rockfishing è una pesca più verticale, con canne lunghe e un recupero verticalizzato, pensata più per insidiare il pesce sotto costa che per il lancio estremo — ci sono somiglianze col surfcasting, ma è una disciplina sua.
Quindi, da pignolo onesto: anch'io ho pescato molto dagli scogli, e uso il termine che mi viene naturale e corretto.
Surfcasting è in spiaggia.
Se porto quelle canne sulla scogliera, non mi viene più da chiamarlo surfcasting: al massimo "pesca a fondo dagli scogli".
E quando si entra nello specifico vero, allora siamo nel rockfishing.
I forum di surfcasting servono ancora? (e cosa hanno significato)
Per me i forum di surfcasting sono le radici.
Quelli storici nascono proprio negli anni in cui facevo agonismo ad alto livello e vestivo la maglia azzurra, e ti dico la verità: per me erano fantascienza, ma comoda.
Per la prima volta tutti i lanciatori d'Italia potevano parlarsi in un unico posto, comodamente seduti da casa.
Si discuteva, si scherzava, ma c'era una cosa bellissima: chi entrava doveva prima presentarsi — un protocollo ancora oggi in vigore — ed esporre il suo problema.
E non importava se era una domanda tecnica sul lancio o un dubbio banale: scattava una specie di gara a chi rispondeva prima, e nel modo più esauriente e semplice possibile, calibrato sul livello di chi aveva scritto.
Non c'erano filtri, segreti, "docenti in cattedra", guru.
C'erano persone che lanciavano davvero — esperienza vera — e altre che volevano imparare.
Bei tempi, un tesoro.
Ogni tanto qualcuno postava le immagini dei miei ground cast, o i pendolari dei miei compagni di nazionale; altre volte arrivavano, passate via email, foto e video dei lanciatori esteri — gente come il grandissimo Daniel Moeskops, un fenomeno contro cui mi sono scontrato a sei mondiali di fila.
E c'era una forma di rispetto rara: i veterani rispettavano le domande semplici, e rispettavano i neofiti che provavano.
Il solo fatto che una persona andasse a mettersi in discussione sul lancio — non importava il livello, non importava l'attrezzatura — se la guadagnava, la nostra stima.
Perché ai nostri occhi quello era già studiare il lancio, metro alla mano.
Il punto da cui siamo partiti davvero tutti noi che amiamo questa cosa.
Poi le cose sono cambiate.
YouTube ha preso il sopravvento per i video, Facebook è diventato il ritrovo più semplice per commentare, e quel mondo lì si è trasformato.
I forum oggi restano una miniera di cultura, esperienze e storia — utilissimi per farsi un'idea, leggere situazioni di pesca, conoscere persone.
Ma su una cosa non possono nulla, ed è la più importante: il gesto del lancio non si impara leggendo.
Lo puoi capire, inquadrare, discutere — ma poi va costruito sul campo, metro alla mano, esattamente come facevamo allora.
I forum ti danno la community e la cultura.
Il lancio te lo dà solo la spiaggia.
I contenuti di surfcasting su Facebook aiutano a migliorare?
Partiamo da una cosa vera: mai come oggi hai avuto, a portata di telefonino, una tale quantità di informazioni sul surfcasting da tutto il pianeta in un unico posto.
E l'algoritmo conosce le tue preferenze: ti propone una quantità infinita di contenuti collegati alla pesca, capace di agganciarti per ore.
Quando uno ha questa passione, è normale — è come guardare microdocumentari di pesca uno dietro l'altro.
E un valore reale c'è, sia chiaro.
Da quei video qualcosa lo impari davvero: la marca di una canna, il tipo di mulinello, il filo, il piombo, il litorale, la preda catturata.
Sono informazioni preziose.
Una cosa è andare a comprare qualcosa senza saperne nulla, un'altra è avere già un'infarinatura, aver già "visto" un oggetto che magari un domani ti ritroverai tra le mani.
Per questo, e per la cultura di pesca in generale, i social sono utili.
Ma c'è un confine preciso, e riguarda proprio il lancio.
Il come si usa davvero quell'attrezzatura, nei video, io non lo vedo — o meglio, quello che si vede è solo presunto.
Perché nel lancio sono racchiuse sensazioni importanti che un video non può trasmettere: il caricamento della canna, il punto esatto del rilascio, il contatto del dito sullo shock leader, il momento in cui acceleri.
Quelle cose non passano dallo schermo.
E c'è anche un rovescio da tenere a mente: un video montato bene può far sembrare un maestro del lancio chiunque, agli occhi di chi non ha gli strumenti per distinguere.
E anche ammesso che quella persona sia davvero brava, resta la domanda che il video non risolve mai: saprebbe trasferirti quella conoscenza? Perché una cosa è saper lanciare, un'altra completamente diversa è saper trasmettere.
Questo non vuol dire che online sia tutto fumo.
Anzi: in mezzo a quella quantità infinita di contenuti ci sono anche pochissime persone — le conti sulle dita di una mano — che fanno un lavoro davvero ottimo, che provano a trasmettere qualcosa di vero e concreto.
E te ne accorgi subito, quasi d'istinto: il tipo di video cambia drasticamente.
È tutto più chiaro, più netto, più semplice da capire, e percepisci che quello che stai guardando è trasmissione di conoscenza vera, non spettacolo.
Tutto il resto, invece, tende a essere più rapido, più compresso, costruito sull'effetto "wow".
E non lo dico io: appena impari a riconoscere la differenza, te ne accorgi da solo.
Ma attenzione, perché qui c'è il punto più importante di tutti: anche in quei pochi video che riconosci come veri e concreti, anche quando il contenuto è ottimo, chiarissimo, fatto con l'ABC giusto, resta un limite invalicabile.
È come trovarsi davanti a un bravo sommelier: può descriverti un vino alla perfezione, raccontarti il profumo, il corpo, il retrogusto — ma finché non lo assaggi tu, non puoi davvero capire.
Col lancio è identico.
Alcune delle cose più importanti si possono spiegare, mostrare, far intuire, ma non trasferire fisicamente attraverso uno schermo.
Perché il gesto si impara solo quando qualcuno osserva il tuo gesto, sente con te dove perdi energia e te lo corregge sul momento.
Quello, nessun feed potrà mai dartelo.
Surfcasting Trabucco: perché è un marchio così presente in Italia?
Trabucco è uno dei marchi più presenti e riconoscibili nel surfcasting italiano.
Ma la cosa che mi interessa davvero non è parlare di una singola canna o di un singolo prodotto: è capire come sia riuscita a costruire nel tempo una presenza così forte nel settore.
Lo dico subito: questa non è una recensione commerciale e non mi interessa fare classifiche tra marchi.
Trabucco oggi copre molti stili di pesca, ma qui parlo esclusivamente dell'ambito surfcasting, che è quello che conosco e vivo direttamente.
Secondo me, Trabucco ha guardato avanti prima di molti altri non tanto per una singola tecnologia, una canna rivoluzionaria o un prodotto specifico, ma per una scelta di mentalità.
Ha capito presto che nel surfcasting moderno non bastava più mettere sul mercato un'attrezzatura.
Serviva associare il marchio a competenza reale, contenuto tecnico, continuità e autorevolezza.
Un esempio molto chiaro, per me, è Roberto Accardi.
Roberto non ha bisogno di grandi presentazioni per chi segue davvero il surfcasting italiano.
È una figura tecnica riconosciuta, una presenza costante, uno che negli anni ha costruito contenuti, esperienza e una credibilità che non nasce da due post sui social.
Con Roberto c'è anche un rapporto personale e di stima che dura da molti anni, quindi lo cito con piacere.
Ma lo cito soprattutto perché il suo percorso rappresenta bene quello che intendo: nel surfcasting di oggi non conta solo apparire, conta avere qualcosa da dire davvero.
Il suo sito, robertoaccardi.com, è diventato negli anni una fonte tecnica molto consultata, e questa è una differenza enorme rispetto alla semplice visibilità social.
Facebook, Instagram, TikTok possono dare esposizione, certo.
Ma un sito tecnico costruito nel tempo è un'altra cosa: resta, si consulta, diventa un punto di riferimento.
Il fatto che Roberto Accardi vesta nuovamente la maglia azzurra della Nazionale Italiana Surfcasting 2026 conferma una cosa importante: non stiamo parlando solo di comunicazione o visibilità online, ma di competenza reale, riconosciuta anche sul campo agonistico.
Ecco perché, quando parlo di Trabucco nel surfcasting, non penso soltanto al prodotto.
Penso anche a questa scelta: legarsi a una figura capace di portare tecnica, contenuto e autorevolezza dentro il marchio.
Poi, naturalmente, resta il discorso di sempre.
Una canna può essere valida, un marchio può essere forte, una comunicazione può essere intelligente.
Ma in spiaggia, alla fine, il risultato passa sempre da chi impugna l'attrezzo.
Il marchio può costruire strumenti e cultura.
Il gesto, però, resta tuo.
A cosa servono i video di surfcasting?
Aiutano davvero a migliorare? Sì, i video di surfcasting possono aiutarti — ma dipende da che tipo di video guardi, e qui c'è una distinzione che cambia tutto.
Da una parte ci sono i video dove vedi una persona lanciare: belli, a volte spettacolari, ma mostrano un gesto senza trasferirlo.
Quello che conta davvero nel lancio — il caricamento della canna, il contatto del dito sullo shock leader, il punto esatto del rilascio — dallo schermo non passa.
Dall'altra parte c'è un video pensato per farti ragionare sul tuo lancio, non per farti ammirare il mio.
Sono due cose diverse, e solo la seconda ti fa migliorare davvero.
Il mio canale è nato esattamente da lì.
L'ho aperto durante la pandemia, bloccato in Costa Rica, lontano dall'Italia: avevo tempo e un desiderio preciso, dare consigli realistici a chi vuole migliorare nel lancio per il surfcasting.
Ero un neofita dei social — i primi video oggi mi fanno sorridere — eppure dentro ognuno c'è una pillola di verità.
Ad oggi ne ho caricati circa 270, e ognuno parla di qualcosa di concretamente utile.
E qui sta il punto che mi sta più a cuore.
Insegno il lancio da vent'anni, accanto a centinaia di allievi, uno per uno, in spiaggia.
Quel tipo di esperienza non la teorizza nemmeno il miglior lanciatore del mondo, perché è un'altra cosa: il saper lanciare, a quel punto, diventa quasi laterale.
L'obiettivo vero non è che Paolo sappia lanciare — è che lanci tu, come hai sempre desiderato.
I miei video nascono da quella prospettiva: non da chi guarda il gesto da fuori, ma da chi ha passato vent'anni a capire perché il gesto di un'altra persona non funziona.
Per questo il mio consiglio, se li guardi, è uno solo: non aspettarti lanci spettacolari.
Ascolta le parole.
Anche se la prima volta non ti tornano, cerca di non dimenticarle — poi, unendo i puntini, prova a fare quelle verifiche che suggerisco.
La soddisfazione più grande me la dà una telefonata ricorrente: "Paolo, ho visto i tuoi video e sono migliorato." Funziona proprio così: non perché hai visto me lanciare, ma perché hai cominciato a ragionare sul tuo lancio.